Bosnia al voto: Presidenza, Parlamenti ed entità, tutte le sfide elettorali
La Bosnia Erzegovina si prepara a uno degli appuntamenti elettorali più complessi d’Europa. Oggi oltre 3,4 milioni di elettori saranno chiamati alle urne per rinnovare contemporaneamente la Presidenza tripartita dello Stato, la Camera dei rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della Bosnia Erzegovina, i due principali Parlamenti delle entità, la presidenza della Repubblica Srpska (l’entità a maggioranza serba del Paese) e le assemblee dei dieci cantoni della Federazione di Bosnia Erzegovina (l’entità a maggioranza croata e musulmana). Non si tratta dunque di una singola elezione nazionale, ma di una serie di competizioni parallele, costruite sulla particolare architettura istituzionale nata dagli accordi di Dayton del 1995 e sull’equilibrio fra i tre popoli costitutivi – bosgnacchi, croati e serbi – e le due entità che compongono il Paese: la Federazione di Bosnia Erzegovina e la Repubblica Srpska. La Commissione elettorale centrale (Cik) ha certificato 7.028 candidati per complessivi 518 mandati e cariche elettive. Il voto arriva inoltre alla fine di una legislatura segnata da forti tensioni istituzionali, dalla crisi legata al leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, dalla lentezza del percorso di adesione all’Unione europea e da un malcontento economico alimentato da investimenti insufficienti, corruzione ed emigrazione. La popolazione bosniaca continua a diminuire e che una parte dell’elettorato pone fra le proprie priorità non soltanto le tradizionali questioni identitarie, ma anche Stato di diritto, occupazione, investimenti e accelerazione del processo europeo. Sullo sfondo rimane la competizione per l’influenza internazionale sul Paese, in particolare fra Unione europea e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra. Il primo livello del voto è quello statale: si eleggono i tre componenti della Presidenza della Bosnia Erzegovina e i 42 deputati della Camera dei rappresentanti dell’Assemblea parlamentare. Ventotto deputati statali vengono eletti nella Federazione di Bosnia Erzegovina e 14 nella Repubblica Srpska. Il secondo livello è quello delle entità: nella Federazione si eleggono i 98 componenti della Camera dei rappresentanti del Parlamento federale; nella Repubblica Srpska gli 83 deputati dell’Assemblea nazionale e, separatamente, il presidente e i due vicepresidenti dell’entità. Nella Federazione si vota inoltre per complessivi 289 rappresentanti distribuiti fra le assemblee dei dieci cantoni. Non vengono invece eletti direttamente domenica né la Camera dei popoli dell’Assemblea parlamentare statale né la Camera dei popoli della Federazione. La loro composizione deriva successivamente dai risultati delle assemblee e dei Parlamenti appena eletti. È un dettaglio essenziale per comprendere il dopo voto: in Bosnia Erzegovina conquistare la maggioranza nella Camera dei rappresentanti non equivale automaticamente a controllare il processo legislativo, perché l’architettura di Dayton prevede ulteriori meccanismi territoriali e di rappresentanza dei popoli costitutivi. La Presidenza è il caso più evidente. Nella Federazione vengono eletti il membro bosgnacco e quello croato, ma ciascun elettore può scegliere di votare o per un candidato bosgnacco o per un candidato croato, non per entrambi. In ciascuna delle due competizioni viene eletto chi ottiene più voti. Nella Repubblica Srpska tutti gli elettori votano invece per il membro serbo della Presidenza e anche in questo caso prevale il candidato con il maggior numero di consensi. Questo significa, fra l’altro, che il membro croato non viene scelto esclusivamente dagli elettori croati: è proprio questa caratteristica del sistema a essere da anni al centro dello scontro tra l’Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina (Hdz BiH), che chiede una modifica delle regole in nome della “rappresentanza legittima”, e le forze che difendono invece una concezione maggiormente civica dello Stato. In Repubblica Srpska c’è poi una seconda competizione diretta. Tutti gli elettori dell’entità partecipano alla stessa elezione per presidente e vicepresidenti: il candidato che ottiene più voti diventa presidente, mentre le due vicepresidenze spettano ai candidati più votati appartenenti agli altri due popoli costitutivi. Il registro elettorale centrale comprende 3.408.517 elettori. Di questi, 2.143.439 sono iscritti nelle circoscrizioni della Federazione per l’elezione dei membri della Presidenza e 1.265.078 nella Repubblica Srpska. La decisione della Cik precisa che nel totale non erano ancora compresi 9.687 elettori del distretto di Brcko privi, a quella data, di un’opzione elettorale entitaria definita. I seggi saranno aperti in tutto il Paese alle 7 del mattino e chiuderanno alle 19. La Cik ha predisposto complessivamente 5.569 seggi e strutture di voto, fra cui 5.121 seggi ordinari e 385 squadre mobili. Il processo sarà sottoposto per la prima volta, in elezioni generali, a un impiego esteso delle nuove tecnologie: identificazione e autenticazione biometrica degli elettori, scanner delle schede e trasmissione rapida dei risultati dai seggi alla Commissione elettorale centrale. La novità è rilevante anche per la notte elettorale. Il membro della Cik Suad Arnautovic ha spiegato il 2 ottobre che, secondo il piano operativo, la trasmissione elettronica dei dati dai seggi dovrebbe avvenire fra le 19:15 e le 20 e che la Commissione punta a presentare già alle 20 di domenica i primi risultati preliminari per i diversi livelli elettorali. Gli scanner, tuttavia, non sostituiscono completamente lo scrutinio tradizionale. Le schede saranno sottoposte anche al conteggio manuale; in presenza di discrepanze significative sono previste verifiche e riconciliazione dei dati e, qualora una divergenza rilevante dovesse permanere, sarà il conteggio manuale a fare testo. I nuovi strumenti hanno dunque soprattutto la funzione di accelerare la trasmissione e rendere più controllabile il processo, non di eliminare la verifica fisica delle schede. La Cik comunicherà inoltre i primi dati sull’affluenza a mezzogiorno, riferiti alla partecipazione fino alle 11, e un secondo aggiornamento alle 16, relativo all’affluenza fino alle 15. Sono 48.078 gli elettori registrati definitivamente per votare fuori dalla Bosnia Erzegovina. La grande maggioranza, 45.457, voterà per corrispondenza, mentre 2.621 potranno recarsi presso le rappresentanze diplomatiche e consolari. La Cik ha predisposto il voto in 20 sedi diplomatiche e consolari distribuite in 13 Paesi. Circa cinquemila richieste di registrazione dall’estero erano state respinte per il mancato rispetto dei requisiti previsti dalla legge; dopo i ricorsi, quattro domande sono state accolte. Il numero degli elettori all’estero è sensibilmente inferiore rispetto al 2022: allora erano stati registrati quasi 70 mila votanti fuori dal Paese, in calo quindi del 30 per cento. L’elezione della Presidenza tripartita racchiude tre competizioni politicamente molto differenti. Per il membro bosgnacco della Presidenza i candidati certificati sono quattro: l’attuale componente della Presidenza Denis Becirovic, sostenuto dalla coalizione ““Uniti per lo Stato della Bosnia Erzegovina”; Bakir Izetbegovic del Partito di azione democratica (Sda); Semir Efendic del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH); e Fahrudin Radoncic dell’Unione per un futuro migliore (Sbb). Becirovic, esponente socialdemocratico, si presenta con il sostegno di un ampio fronte di partiti e propone sostanzialmente di proseguire una linea istituzionale, europeista ed euro-atlantica. Nell’intervista pubblicata il 2 ottobre da “Oslobođenje” ha indicato come assi del proprio programma Stato di diritto, sviluppo sostenibile, percorso verso Ue e Nato, investimenti nell’istruzione e nella sanità, produzione interna, digitalizzazione, nuove tecnologie e transizione energetica. Sul piano istituzionale sostiene che le divergenze fra le componenti del Paese debbano essere affrontate all’interno delle istituzioni e nel rispetto della Costituzione e delle leggi. Bakir Izetbegovic tenta invece il ritorno alla Presidenza, che aveva già occupato dal 2010 al 2018, e guida la principale forza politica storicamente radicata nell’elettorato bosgnacco, l’Sda. La piattaforma del partito contiene dodici capitoli e combina il rafforzamento delle istituzioni statali e della sovranità della Bosnia Erzegovina con una proposta economica sintetizzata nella formula “3×50”: 50 miliardi di marchi convertibili di nuovi investimenti, 50 mila nuovi posti di lavoro e un aumento del 50 per cento di salari e pensioni entro la fine del mandato. Sono obiettivi programmatici dichiarati dall’Sda, non risultati già acquisiti. Izetbegović insiste inoltre sul rafforzamento dello Stato di diritto, sul percorso euro-atlantico e sulla necessità di riportare, a suo giudizio, una maggiore rappresentanza politica bosgnacca nelle istituzioni. Semir Efendic cerca di rompere la tradizionale polarizzazione fra Sda e blocco socialdemocratico. Il programma 2026 della SBiH, intitolato “Mettiamo in moto insieme la Bosnia Erzegovina”, è articolato in tredici aree: riforma costituzionale e Stato funzionale, integrazione europea e Nato, gestione della proprietà statale, economia e mercato del lavoro, demografia e famiglia, giovani, diaspora, istruzione, sanità, energia, infrastrutture e industria, fino al contrasto a nepotismo e corruzione. L’impostazione è fortemente statalista: Efendic propone istituzioni centrali più efficaci e presenta il rafforzamento della capacità dello Stato come premessa anche per lo sviluppo economico. Fahrudin Radoncic completa il quadro. La campagna dell’Sbb ha puntato molto su sviluppo economico, industria e innovazione: fra le proposte presentate figurano un piano per fare della Bosnia Erzegovina un polo regionale dell’intelligenza artificiale entro il 2030, interventi per rilanciare l’industria della difesa e un programma per realizzare fino a 50 mila abitazioni sovvenzionate destinate in particolare ai giovani. Per il componente croato della Presidenza i candidati sono Darijana Filipovic dell’Hdz BiH, Slaven Kovacevic della Fronte democratica (Df) e l’indipendente Zdenko Lucic. È probabilmente la competizione nella quale il dibattito sulla natura stessa della Bosnia Erzegovina emerge con maggiore evidenza. Filipovic rappresenta la linea dell’Hdz BiH secondo cui il principio di uguaglianza dei tre popoli costitutivi deve tradursi anche nella possibilità per gli elettori croati di determinare effettivamente chi occupa il posto croato nella Presidenza. La candidata ha quindi posto al centro della campagna la modifica della legge elettorale, la “rappresentanza legittima” e l’uguaglianza costituzionale dei croati. La piattaforma dell’Hdz comprende inoltre integrazione europea, Nato, sicurezza, sviluppo economico, sanità, pensioni, infrastrutture e politiche per contrastare l’emigrazione. Kovacevic, pur essendo formalmente candidato al seggio croato, parte da una concezione opposta. La Fronte democratica di Zeljko Komsic propone una graduale evoluzione verso uno Stato maggiormente fondato sul principio di cittadinanza anziché sulla rappresentanza politica dei tre popoli costitutivi. Lo slogan di Kovacevic, “Civica. Terra dei gigli”, richiama esplicitamente la costruzione di una “Bosnia civica”, l’antifascismo e una cittadinanza comune. Lucic cerca invece una posizione differente. Nel proprio programma rivendica la parità del popolo croato all’interno dell’ordinamento bosniaco, ma sostiene contemporaneamente che debbano essere garantiti pieni diritti politici anche alle minoranze e ai cittadini che non intendono identificarsi etnicamente. Le cinque priorità indicate sono Stato di diritto, riduzione della pressione fiscale, rilancio demografico, gestione della migrazione e accesso alla casa. Il risultato del voto croato inciderà anche sul confronto irrisolto fra due progetti istituzionali: rafforzare le garanzie della rappresentanza dei popoli costitutivi oppure ridurne progressivamente il peso a favore del principio di cittadinanza. Nessuno dei due modelli può però essere introdotto dal solo membro della Presidenza: entrambi richiederebbero modifiche legislative o costituzionali e accordi politici molto più ampi. Per il seggio serbo della Presidenza corrono Zeljka Cvijanovic dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd), Marinko Bozovic del Partito democratico serbo (Sds) e Nebojsa Vukanovic della Lista per la giustizia e l’ordine. Cvijanovic rappresenta la continuità con l’attuale linea dell’Snsd. La sua campagna insiste su “pace, stabilità e continuità”, sviluppo della Repubblica Srpska e tutela delle istituzioni e delle prerogative dell’entità. Il partito continua inoltre a presentarsi come difensore delle competenze attribuite alla Srpska dagli accordi di Dayton e mantiene un orientamento internazionale caratterizzato da rapporti particolarmente stretti con Serbia e Russia. Bozovic contesta l’Snsd dall’interno di una tradizione politica anch’essa fortemente legata alla tutela della Repubblica Srpska. L’Sds non propone quindi il superamento del quadro di Dayton: Božović ha dichiarato che intende preservare le istituzioni dell’entità e il suo “capacità istituzionale”, associando però questa impostazione a sviluppo economico, ripresa demografica e maggiore equilibrio territoriale fra le amministrazioni locali. Vukanovic rappresenta una seconda opposizione all’Snsd, più marcatamente anti-establishment. Il programma della Lista per la giustizia e l’ordine ruota attorno a Stato di diritto, depoliticizzazione delle istituzioni, responsabilità degli amministratori, controllo delle finanze pubbliche, lotta a clientelismo e corruzione, sanità e istruzione. Sul piano istituzionale Vukanovic afferma di voler rispettare rigorosamente gli accordi di Dayton e tutelare le competenze della Repubblica Srpska, distinguendosi quindi dall’Snsd soprattutto sul modello di governo e sulla gestione del potere. Parallelamente alla Presidenza statale, in Repubblica Srpska si eleggono presidente e vicepresidenti dell’entità. I candidati certificati sono dodici, ma il confronto politico principale si concentra attorno a Savo Minic, attuale premier e candidato dell’Snsd, e Branko Blanusa, presidente dell’Sds. Fra gli altri figurano Camil Durakovic, Ivan Begic, Begija Smajic, Jusuf Arifagic, Ramiz Salkic e diversi candidati croati o indipendenti, alcuni dei quali concorrono anche in funzione delle due vicepresidenze riservate agli altri popoli costitutivi. Minic punta sulla continuità amministrativa e politica dell’Snsd, mettendo al centro sviluppo economico, sostegno alle aree rurali, stabilità finanziaria e difesa delle prerogative costituzionali della Repubblica Srpska. Blanusa propone invece un cambio nella gestione dell’entità senza mettere in discussione il quadro di Dayton. L’Sds associa la tutela delle competenze della Srpska a rafforzamento delle istituzioni, sviluppo economico, attrazione degli investimenti, maggiore trasparenza e sostenibilità ambientale. Questa corsa assume un significato particolare dopo la crisi che ha investito Milorad Dodik. Il leader dell’Snsd è stato condannato per il mancato rispetto delle decisioni dell’Alto rappresentante internazionale; la pena detentiva è stata successivamente convertita in una sanzione pecuniaria, mentre è rimasto il divieto di ricoprire incarichi pubblici e di candidarsi. Dodik continua tuttavia a guidare politicamente l’Snsd e a essere molto visibile nella campagna. Pochi giorni prima del voto si è recato inoltre a Mosca insieme a esponenti della leadership della Repubblica Srpska. Le tre competizioni per la Presidenza attireranno inevitabilmente l’attenzione nella notte elettorale, ma da sole non stabiliranno chi governerà la Bosnia Erzegovina. L’altro risultato decisivo sarà quello dei 42 seggi della Camera dei rappresentanti statale, insieme agli equilibri che emergeranno nei Parlamenti delle due entità. La competizione generale sarà un confronto nel quale le tre grandi forze tradizionalmente radicate nei rispettivi bacini nazionali – Sda fra i bosgnacchi, Hdz BiH fra i croati e Snsd nella Repubblica Srpska – affrontano partiti e coalizioni concorrenti, fra cui il blocco socialdemocratico e civico nella Federazione e le opposizioni serbe nella Srpska. Nella Federazione, il punto centrale sarà quindi il rapporto di forza parlamentare fra Sda e l’area imperniata su Sdp, Narod i Pravda e altre formazioni centriste e civiche, ma anche la distribuzione della rappresentanza croata. L’esito della competizione per il membro bosgnacco della Presidenza può dare un’indicazione politica, ma non determina automaticamente quale blocco disporrà dei numeri necessari per costruire le maggioranze. Ancora più importante è il fatto che il governo statale – il Consiglio dei ministri – richiede necessariamente accordi che attraversino le due entità e i diversi blocchi nazionali. Nessuna delle grandi famiglie politiche bosniache può governare da sola sulla base di un semplice risultato nazionale. Alla Camera dei rappresentanti si aggiunge poi la Camera dei popoli, formata indirettamente dopo il voto e dotata di strumenti che possono bloccare o rallentare la legislazione. Per questo, in Bosnia, la notte elettorale stabilisce i rapporti di forza ma non necessariamente indica immediatamente la futura coalizione. L’esito del voto, arrivati alla sera del 4 ottobre, produrrà una serie di combinazioni istituzionali. Il primo nodo sarà la Presidenza: una diversa combinazione fra membro bosgnacco, croato e serbo può cambiare il tono della politica estera, i rapporti con Ue e Nato, le relazioni con Serbia, Croazia, Stati Uniti e Russia e la gestione delle competenze collegiali. Ma la Presidenza non dispone degli strumenti per imporre da sola una trasformazione costituzionale o un nuovo equilibrio interno. Per questo bisognerà osservare cosa succede nella Federazione: se la distribuzione dei seggi rafforzasse l’area Sda, quest’ultima avrebbe maggiori possibilità di rientrare nelle trattative per i governi federale e statale. Se invece l’area socialdemocratica, centrista e civica conservasse una consistenza parlamentare sufficiente, potrebbe tentare nuovamente di costruire maggioranze alternative all’Sda. In entrambi i casi serviranno interlocutori croati e accordi capaci di funzionare non soltanto nella Camera dei rappresentanti ma nell’intero sistema bicamerale. E poi c’è il tema dell’eventuale della rappresentanza croata. Un’affermazione dell’Hdz nelle competizioni parlamentari e l’elezione di Filipovic alla Presidenza rafforzerebbero politicamente la richiesta del partito di modificare la legge elettorale secondo il principio della “rappresentanza legittima”. L’elezione di Kovacevic manterrebbe invece al centro dell’agenda il progetto civico della Df e, contemporaneamente, potrebbe riaprire con forza la contestazione dell’Hdz sul modo in cui viene eletto il membro croato. Un risultato favorevole a Lucic introdurrebbe una terza impostazione, fondata sulla tutela della parità croata ma meno coincidente con la piattaforma dell’Hdz. Bisognerà poi osservare quanto accadrà nell’altra entità, la Repubblica Srpska, dove sarà necessario leggere insieme tre risultati: membro serbo della Presidenza statale, presidente dell’entità e composizione dell’Assemblea nazionale. Se le tre istituzioni fossero controllate dallo stesso blocco, la linea politica dell’entità sarebbe più omogenea. Una distribuzione delle cariche fra Snsd e opposizioni creerebbe invece una forma di coabitazione interna, con possibili divergenze fra Banja Luka e il rappresentante serbo nella Presidenza statale.
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