11 settembre, il peso emotivo di quei volantini portati via dal vento
A venticinque anni dall'11 settembre, il dolore per le vittime continua a esistere, anche se nella memoria collettiva americana quella tragedia sembra ormai lontana. È questo il senso della testimonianza pubblicata dal Washington Post di una donna che, nei mesi successivi agli attentati, lavorò a Ground Zero. All'inizio, racconta Megan McArdle nel suo lungo articolo, il luogo veniva chiamato semplicemente "il mucchio". Dopo qualche mese, però, chi lavorava nel cantiere cominciò a chiamarlo "la fossa". La donna trascorse quasi un anno in una roulotte situata nei paraggi, occupandosi di attività amministrative per una delle imprese incaricate dello sgombero. Da lì poté osservare giorno dopo giorno la trasformazione di Ground Zero e registrare in modo personale l'orrore. Dopo il crollo delle Torri Gemelle il sito era diventato un enorme cumulo di macerie fumanti, nel quale erano ancora riconoscibili frammenti degli edifici. Tra questi, ricorda, c'era una lastra d'acciaio contorta alta quasi quattro piani. McArdle la vide pochi giorni dopo il crollo, sotto la pioggia e contro un cielo scuro. Rimase a guardarla per quasi mezz'ora, incapace di credere a ciò che aveva davanti. Sembrava una scena di un film e continuava ad aspettarsi che qualcuno dicesse "stop". Nei primi giorni, vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori e operai scavavano senza sosta tra le macerie, nella speranza di trovare sopravvissuti. Ma quella speranza si spense rapidamente.
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