Iraq: il 30 settembre termina la missione della Coalizione anti-Isis, nuova fase con gli Usa
L’Iraq si prepara a chiudere il 30 settembre la missione della Coalizione internazionale contro lo Stato islamico e ad aprire una nuova fase dei rapporti con gli Stati Uniti e gli altri partner occidentali, fondata su accordi bilaterali anziché sulla presenza militare multilaterale costruita durante la guerra contro l’Isis. Un nuovo passaggio concreto è arrivato ieri con la firma dell’accordo per la consegna al governo iracheno del “Diplomatic Support Site”, grande struttura adiacente all’aeroporto internazionale di Baghdad, gestita dal Dipartimento di Stato e nata dall’ex base militare di Sather. L’accordo è stato sottoscritto dal sottosegretario agli Esteri iracheno per le Relazioni bilaterali, Mohamed Hussein Bahr al Uloom, e dall’incaricato d’affari statunitense Steven Fagin. Secondo il ministero degli Esteri di Baghdad, il trasferimento rientra negli ultimi adempimenti previsti per la conclusione della missione della Coalizione internazionale e della relativa presenza militare straniera, secondo la tabella di marcia fissata al 30 settembre 2026. Baghdad presenta quella data come un passaggio di sovranità, non come la fine della cooperazione con Washington. Bahr al Uloom ha sottolineato che il rapporto tra Iraq e Stati Uniti dovrebbe entrare in una nuova fase basata sulla cooperazione e sulla partnership nei settori di interesse comune, in particolare economia, sviluppo ed energia. Fagin ha ribadito da parte sua il sostegno americano a relazioni fondate sugli accordi esistenti e sul rispetto della sovranità irachena. Il governo iracheno ha caricato la scadenza anche di un forte valore simbolico. Il 30 settembre sarà celebrato come “Giornata della sovranità nazionale”. Sabah al Numan, portavoce del comandante in capo delle Forze armate, l’ha definita una “pietra angolare” nella costruzione dello Stato moderno e la dimostrazione che le istituzioni irachene dispongono ormai delle capacità necessarie per assumere autonomamente le decisioni di difesa. Nella lettura del governo, il passaggio dovrebbe inoltre rafforzare il principio del monopolio statale della forza. Al Numan ha sostenuto che la piena sovranità significa che “le armi ufficiali dello Stato” devono rappresentare l’unico strumento di protezione del territorio e della popolazione. Il tema resta particolarmente delicato in Iraq, dove diverse formazioni armate mantengono strutture e catene di comando proprie pur essendo, in parte, inserite formalmente nell’architettura statale. La conclusione della Coalizione non coincide, tuttavia, con il venir meno di ogni cooperazione militare internazionale. Baghdad punta piuttosto a sostituire progressivamente il dispositivo creato contro l’Isis con relazioni bilaterali e missioni differenti per natura e mandato. Un esempio è la Nato Mission Iraq (Nmi), che non fa parte della Coalizione anti-Isis: istituita nel 2018 su richiesta del governo iracheno, è una missione non combattente dedicata alla consulenza istituzionale, alla formazione e allo sviluppo delle capacità delle Forze armate e delle strutture di sicurezza irachene. Sul piano politico ed economico, Baghdad intende accompagnare questa trasformazione con una maggiore apertura agli investimenti. A New York, il primo ministro Ali Falih al Zaidi ha incontrato Stuart Jones, presidente del Middle East Institute ed ex ambasciatore statunitense in Iraq, discutendo le riforme economiche e finanziarie, la lotta alla corruzione, la diversificazione delle entrate dello Stato e il miglioramento del clima per gli investimenti. Il messaggio del governo è quello di spostare progressivamente il rapporto con Washington dalla centralità della sicurezza verso una partnership più ampia. E l’Italia? Roma resterà coinvolta nel dossier iracheno anche dopo la scadenza della Coalizione. L’Italia si è candidata infatti ad assumere nel 2027 il comando della Nato Mission Iraq, incarico che aveva già ricoperto tra maggio 2022 e maggio 2023 con il generale Giovanni Maria Iannucci. La candidatura è stata resa nota dallo Stato maggiore della Difesa dopo la recente riunione del Comitato militare Nato a Copenaghen, ma l’incarico non è stato ancora formalmente assegnato. La candidatura arriva peraltro in una fase di profonda trasformazione della stessa Nmi. Dal marzo scorso, a causa del deterioramento della situazione di sicurezza regionale, il personale della missione è stato temporaneamente trasferito dall’Iraq al Joint Force Command di Napoli, da dove proseguono le attività di consulenza. La Nato ha chiarito che il trasferimento non equivale alla chiusura della missione e che un ritorno del personale in Iraq sarà valutato quando le condizioni lo consentiranno. Per l’Italia, quindi, la fine della Coalizione non significa l’uscita dall’Iraq, ma una possibile evoluzione dell’impegno: meno legato al dispositivo militare nato contro lo Stato islamico e più orientato alla cooperazione bilaterale e al rafforzamento delle istituzioni di sicurezza irachene nel quadro Nato. Se la candidatura italiana venisse accolta, Roma tornerebbe alla guida di Nmi nel 2027, in un teatro nel quale le Forze armate italiane operano da anni e che resta centrale per la sicurezza del cosiddetto Fianco Sud dell’Alleanza.
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