Regno Unito: la fine dell’accordo sui migranti con la Francia e il ritorno nell’Ue nel dibattito britannico
Nel giro di ventiquattr’ore il Regno Unito ha visto riaprirsi, ai massimi livelli politici, una discussione che per anni il governo aveva cercato di tenere chiusa: quale debba essere, nel lungo periodo, il rapporto del Paese con l’Unione europea. Contemporaneamente, si è avviato alla conclusione uno degli esperimenti più simbolici della gestione post Brexit dell’immigrazione: l’accordo “uno dentro, uno fuori” con la Francia per i migranti che attraversano la Manica. Dopo quasi sei anni fuori dall’Unione, Londra continua a scoprire che una parte delle questioni transnazionali che aveva cercato di riportare nell’ambito della sovranità nazionale — commercio, sicurezza, immigrazione — richiede comunque meccanismi di cooperazione con i vicini europei. E proprio l’immigrazione, uno dei terreni sui quali la promessa della Brexit sulla “ripresa del controllo” era stata politicamente più efficace, sta diventando un caso evidente delle difficoltà di sostituire un sistema multilaterale con una successione di accordi bilaterali. A quanto emerge sarebbe stata la Francia a non voler prorogare l’intesa sui flussi migratori oltre la scadenza del primo ottobre. Ora i due governi stanno definendo le modalità della sua conclusione. Il ministero dell’Interno britannico ha confermato di non accettare più nuovi casi nell’ambito del programma, pur precisando che i trasferimenti già avviati continueranno nelle prossime settimane. Il meccanismo era stato presentato nel luglio 2025 come una novità sostanziale nella gestione della rotta della Manica. Per ogni migrante arrivato irregolarmente nel Regno Unito su una piccola imbarcazione e riammesso dalla Francia, Londra avrebbe accolto dal territorio francese una persona autorizzata a entrare attraverso un percorso legale e dopo i necessari controlli. L’obiettivo dichiarato era duplice: dimostrare che pagare i trafficanti non garantiva più automaticamente l’accesso al sistema d’asilo britannico e, contemporaneamente, creare una via regolare alternativa. Il governo britannico parlò allora esplicitamente di un tentativo di colpire il modello economico delle organizzazioni criminali. Il progetto ha prodotto dei rimpatri e quindi definirlo semplicemente un accordo che non ha “mai funzionato” sarebbe impreciso. Al 30 giugno erano state trasferite in Francia 1.087 persone, mentre 1.117 erano entrate legalmente nel Regno Unito. A inizio settembre, inoltre, il governo britannico ha dichiarato che i rimpatri avevano superato quota 1.400. Nel 2026 gli attraversamenti riusciti della Manica sono inoltre diminuiti: secondo i dati del ministero dell’Interno di Londra, a fine settembre erano oltre il 40 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Londra e Parigi hanno contemporaneamente rafforzato pattugliamenti, intelligence, interventi contro i trafficanti e capacità di intercettazione; ad aprile hanno sottoscritto anche una partnership triennale da 662 milioni di sterline per potenziare queste attività. Molto più difficile è dimostrare che sia stato il meccanismo “uno dentro, uno fuori” a favorire quella flessione. Proprio perché i numeri dei trasferimenti è rimasto relativamente contenuto rispetto alla dimensione complessiva della rotta, il meccanismo non è diventato quel deterrente sistemico che Londra aveva inizialmente immaginato. L’esperimento ha dimostrato di poter funzionare ma non di poter risolvere da solo il problema per il quale era stato creato. La posizione francese sulla sua prosecuzione è ancora più significativa, dato che il ministro dell’Interno Laurent Nunez aveva spiegato davanti al Parlamento che Parigi preferiva ormai un “approccio più europeo” alla lotta contro l’immigrazione irregolare. La Francia contesta soprattutto l’idea di dover sostenere bilateralmente il peso di una rotta che nasce da movimenti migratori che attraversano numerosi Stati dell’Unione prima di arrivare sulle coste settentrionali francesi. In altre parole: per Parigi la Manica non può essere trattata come un problema esclusivamente franco-britannico, perché una parte di chi arriva a Calais è entrata nello spazio europeo altrove e ha attraversato diversi Paesi prima di raggiungere il confine britannico. La questione riporta in maniera diretta alla Brexit. Sino alla fine del 2020 il Regno Unito partecipava al sistema di Dublino, il meccanismo europeo che stabiliva quale Stato fosse responsabile dell’esame di una domanda d’asilo e consentiva, in determinate circostanze, il trasferimento dei richiedenti tra Paesi partecipanti. Con l’uscita dall’Unione, Londra ha perso la possibilità di utilizzare quel quadro e ha cercato di sostituirlo attraverso accordi specifici. La Camera dei Comuni ricordava già nel 2020 che, senza un’intesa successiva con Bruxelles o con singoli Stati, il Regno Unito non avrebbe più potuto usare il sistema di Dublino per rinviare richiedenti asilo verso Paesi europei. Il meccanismo “uno dentro, uno fuori” era, sotto questo profilo, anche un tentativo di ricostruire bilateralmente una capacità di riammissione che la Brexit aveva reso più difficile. La richiesta della Francia di affrontare la soluzione in una dimensione europea, peraltro, trova già dei riscontri. A giugno la Commissione europea ha presentato un piano specifico per la rotta della Manica, basato su una cooperazione lungo l’intero percorso migratorio, sul rafforzamento delle operazioni contro i trafficanti, su Europol e Frontex, sulla gestione delle frontiere e sui rimpatri. Il piano prevede esplicitamente cooperazione tra Unione europea e Regno Unito. Nello stesso mese Londra è entrata come membro osservatore nella Rete europea sulle migrazioni, tornando così a partecipare a una struttura continentale di scambio di informazioni su asilo e immigrazione. Non è un ritorno nell’Ue ma una progressiva “re-europeizzazione” della gestione di un dossier problematico per i vari governi avvicendatisi negli ultimi anni al numero 10 di Downing Street. In questo contesto acquistano peso le parole pronunciate dal primo ministro britannico Andy Burnham, convinto che il Paese dovrebbe tornare a discutere tutte le opzioni relative al proprio rapporto futuro con l’Europa: mantenimento dell’assetto attuale, unione doganale, mercato unico e, nel lungo periodo, persino una nuova adesione. Burnham ha affermato che la Brexit ha prodotto più danni che benefici e ha collegato esplicitamente la sua critica sia all’economia sia alla capacità britannica di gestire l’immigrazione. Allo stesso tempo ha chiarito che un nuovo referendum non è imminente e che la discussione fa parte di una strategia decennale, non di una decisione già presa. La risposta di Emmanuel Macron è stata altrettanto rilevante. A Madrid, interrogato sull’eventualità di un futuro ritorno britannico nell’Unione, il presidente francese ha risposto con un “welcome back”, aggiungendo che sarebbe una “notizia molto buona” sia per i britannici sia per gli europei. Macron, tuttavia, ha immediatamente precisato il limite politico dell’apertura: Londra non potrebbe rientrare scegliendo soltanto le libertà e le regole che ritiene convenienti. L’eventuale ritorno, insomma, non potrebbe consistere nella ricostruzione delle numerose eccezioni di cui il Regno Unito disponeva prima del 2016. Il prossimo vertice tra Regno Unito e Unione europea è previsto a novembre. Burnham ha già annunciato di voler utilizzare quell’appuntamento per avanzare il negoziato sia sul sostegno alle industrie britanniche sia sull’immigrazione. E appena una settimana fa, nel colloquio con Ursula von der Leyen a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il premier e la presidente della Commissione avevano indicato proprio la riduzione dell’immigrazione irregolare tra le questioni sulle quali Ue e Regno Unito devono lavorare insieme. Per quasi un decennio il dibattito britannico sull’Europa è stato dominato dalla domanda su come “far funzionare la Brexit”. I diversi governi hanno discusso quanto divergere dalle norme europee, quali accordi costruire bilateralmente e quali competenze esercitare autonomamente. Burnham introduce una domanda diversa: non più soltanto quale sia la migliore relazione possibile dall’esterno, ma se l’assetto scelto nel 2016 debba essere considerato irreversibile. La Manica offre un caso concreto su cui misurare quella discussione: la Brexit, infatti, prometteva un maggiore controllo dell’immigrazione ma, allo stesso tempo, l’uscita dall’architettura europea ha eliminato alcuni degli strumenti con cui Londra cooperava con gli altri Stati proprio nella gestione dei richiedenti asilo. Questo non significa che il sistema precedente fosse semplice o particolarmente efficiente, né che il ritorno nell’Ue risolverebbe automaticamente gli attraversamenti irregolari. Il regolamento di Dublino era oggetto di forti controversie già quando il Regno Unito ne faceva parte e l’intera politica europea dell’asilo è stata nel frattempo profondamente riformata. Dal giugno scorso è infatti operativo il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, che introduce procedure comuni, nuove regole sulla responsabilità e un meccanismo di solidarietà tra Stati membri. Di fatto, quindi, un problema che Londra aveva provato a circoscrivere in un rapporto fra due capitali sta nuovamente diventando europeo e anche Parigi ha un interesse evidente a impostare il dossier in questi parametri. La Francia non vuole trasformarsi nell’unico “Paese sicuro” verso il quale il Regno Unito possa rinviare chi attraversa la Manica, mentre altri Stati europei restano fuori dal meccanismo. Da qui l’insistenza di Nunez sulla responsabilità dei Paesi di primo ingresso e sui movimenti secondari nello spazio Schengen. Dal punto di vista francese, un’intesa europea distribuirebbe responsabilità e strumenti su una platea più ampia; dal punto di vista britannico, però, comporterebbe probabilmente accettare un livello di interlocuzione con Bruxelles superiore a quello necessario per un semplice trattato bilaterale. La conclusione del meccanismo “uno dentro, uno fuori” non mostra il totale fallimento della Brexit, ne costituisce di per sé un argomento per un ritorno britannico nell’Unione, ma dimostra che, soprattutto sul dossier migratorio, l’autonomia non cancella la necessità di dialogo e intese strutturate con altri Stati, in particolare quelli vicini ma non solo. Il Regno Unito può controllare autonomamente il proprio sistema di asilo, ma non può controllare autonomamente una rotta che parte dal Medio Oriente o dall’Africa, attraversa l’Unione europea, arriva in Francia e termina sulle coste inglesi. Il Regno Unito è ancora molto lontano da un potenziale ritorno nell’Unione europea ma potrebbe aprirsi una nuova fase post Brexit in cui l’interrogativo non sarà più soltanto quali vantaggi preservare stando fuori, bensì quali problemi sia davvero possibile risolvere senza tornare, almeno in parte, dentro una struttura europea comune.
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