Caso Regeni: condannati tre 007 egiziani per sequestro di persona ma non per omicidio, un assolto
Tre condanne a dieci anni di reclusione, per sequestro di persona, e un’assoluzione. Questa la decisione dei giudici della prima Corte d’assise del Tribunale di Roma, dopo una camera di consiglio durata circa otto ore, nell’ambito del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso nel 2016 in Egitto. Sul banco degli imputati quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. In particolare, ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati inflitti dieci anni, mentre il generale Tariq Sabir è stato assolto. Lo scorso giugno, la Procura capitolina aveva chiesto una condanna all’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e una pena di 17 anni e sei mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tariq Sabir. Ai quattro imputati, assenti nel processo, veniva contestato il reato di sequestro di persona pluriaggravato, mentre Sharif era accusato anche di concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio. Con la sentenza di questo pomeriggio, i giudici hanno condannato a dieci anni tre 007 egiziani, riconoscendoli colpevoli di sequestro di persona. Sono invece cadute le accuse di omicidio e lesioni, contestate a uno degli imputati. La Corte ha inoltre assegnato una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei tre condannati di 200 mila euro a testa per il padre e la madre di Giulio Regeni, 100 mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. I tre 007 egiziani sono stati condannati inoltre al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della famiglia Regeni e della presidenza del Consiglio da stabilirsi in sede civile. La presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura dello Stato, aveva chiesto un risarcimento di due milioni di euro. Dopo oltre dieci anni dall’omicidio di Regeni, si conclude quindi il processo di primo grado. Il ricercatore era scomparso il 25 gennaio del 2016 al Cairo, per poi essere ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo, sulla strada che collega il Cairo ad Alessandria d’Egitto. Presenti alla lettura del dispositivo, tra gli altri, anche i familiari di Regeni, assistiti dall’avvocata Alessandra Ballerini, il procuratore Capo di Roma Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. “Dovremo evidentemente leggere le motivazioni ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta – ha affermato l’avvocata Ballerini -. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi, e che l’impunità può essere sconfitta e l’arbitrio può trovare un argine nelle democrazie. Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno, come richiesto dall’avvocatura di Stato, e rompere i rapporti con un Paese che lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche cittadini degli Stati cosiddetti amici”, ha concluso. “Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto – sono state le parole del procuratore Lo Voi -. Ci sono state tre condanne su quattro anche se non per tutti reati per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo stato egiziano. Si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane. Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti attivando anche la Corte Costituzionale a procedere e a svolgere un processo davanti ad una corte di assise autonoma e indipendente in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati”, ha concluso Lo Voi. Soddisfazione da parte degli avvocati difensori degli imputati. “Sono contenta che il mio assistito è stato assolto. Ritengo che non ci fosse alcun tipo di prova che comprovasse una responsabilità nei reati contestati – ha detto l’avvocata Paola Armellin, che difende Tariq Sabir -. Ritengo si sia proceduto nei confronti degli attuali imputati senza che siano stati messi nella possibilità di difendersi. Questa secondo me è una lesione del diritto di difesa, che non ha consentito anche a noi di svolgere una difesa piena. Inoltre, qui di fatto si è proceduto per il reato di tortura, perché in qualche modo è stato ritenuto sussistente il reato, altrimenti non sarebbe stato possibile, per la giurisdizione italiana, procedere. E quindi si è trovato un espediente, ancorché non esisteva nel nostro ordinamento il reato di tortura. Si è considerato come se gli elementi fossero già pre-esistenti e quindi si è proceduto in tal senso”, ha concluso. “Sono molto soddisfatta perché l’assoluzione dall’omicidio è importante. Valuteremo tutti insieme se potremo fare l’appello – ha commentato l’avvocata Annalisa Ticconi, che difende Magdi Ibrahim Abdelal Sharif -. Perché essendo loro irreperibili, non possiamo appellare, dovremmo fare un ulteriore passaggio in Corte costituzionale. Valuteremo questa possibilità”.
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