La guerra che cambia la geografia del continente

Ago 11, 2026 - 00:19
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La guerra che cambia la geografia del continente

Ancora oggi diverse aree dell’Africa sono segnate da conflitti e crisi che durano da anni, con effetti profondi sulle persone ma anche sui territori. Molte di queste guerre hanno trasformato il modo stesso di concepire i conflitti: l’immagine novecentesca di eserciti regolari, trincee e grandi battaglie ha lasciato spazio a scenari più fluidi. Milizie mobili compaiono rapidamente, spesso a bordo di motociclette, colpiscono obiettivi civili o militari e scompaiono lasciando dietro di sé distruzione e paura. Quando si parla di guerra si pensa soprattutto alle conseguenze dirette sulle popolazioni civili. Più raramente si considerano gli effetti indiretti e di lungo periodo, come la trasformazione fisica dei territori. Non sono solo i bombardamenti a cambiare il paesaggio: a mutare sono interi modelli di vita e sviluppo. Lo si osserva chiaramente in aree come il Lago Ciad, il Sahel o il nord del Mozambico. Uno degli effetti più evidenti è l’abbandono. Le guerre sono tra le principali cause di urbanizzazione forzata: ai primi segnali di pericolo chi può lascia i villaggi per rifugiarsi nelle città, percepite come più sicure. In poco tempo interi insediamenti scompaiono o cambiano radicalmente volto. Dove la violenza è stata intensa, il paesaggio diventa irriconoscibile: le risaie si trasformano in acquitrini invasi dalla vegetazione, i campi coltivati restano incolti, infrastrutture e servizi si deteriorano fino a rendere quasi impensabile un ritorno. Anche i villaggi perdono la loro forma. Le abitazioni disposte attorno a uno spiazzo o adattate alla morfologia del terreno scompaiono lentamente; restano muri in rovina, divorati dalla vegetazione. In molti casi gli unici elementi che resistono sono quelli militari: antenne radio, basi fortificate, recinzioni costruite per difendersi da attacchi improvvisi. Dove la vita continua con una parvenza di normalità, le geografie si trasformano comunque. Le forme spontanee degli insediamenti lasciano spazio alle griglie ordinate dei campi profughi, progettati con criteri rigorosi. Nati come soluzioni temporanee, spesso finiscono per durare anni, attirano nuovi residenti e si trasformano gradualmente in città semipermanenti. In questi territori sospesi, anche i checkpoint militari cambiano funzione. Nati come luoghi di controllo, diventano punti di riferimento per orientarsi e misurare distanze. Le attese si allungano e attorno ai posti di blocco sorgono mercati improvvisati: qualcuno vende frutta, altri aprono piccole cucine o botteghe artigianali, qualcuno persino una barberia. In mezzo alla guerra prendono forma spazi di quotidianità che sembrano quasi cancellare, almeno per un momento, il conflitto. La continua esposizione a notizie e immagini di guerra ci porta spesso a immaginare questi contesti come un susseguirsi ininterrotto di violenza. Eppure chi vive nelle zone di crisi racconta altro: racconta soprattutto la ricerca della normalità. Tra un attacco e l’altro possono passare giorni o mesi. In quei tempi sospesi convivono paura, angoscia e attesa, ma soprattutto vita quotidiana. Non una normalità ingenua o indifferente, ma il bisogno profondamente umano di ritrovare un equilibrio, seppur precario. Appena il pericolo si allontana, i mercati si riempiono di nuovo, le persone si incontrano, si festeggia, si organizzano matrimoni e celebrazioni. La chiamiamo resilienza, ma forse la parola non basta. Come mi raccontò un amico della Sierra Leone ricordando la guerra civile: «La morte era talmente vicina che non ci pensavamo più. Pensavamo solo a vivere, il più intensamente possibile. Forse è per quello che siamo ancora qui».

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Redazione Giornalista iscritto all’elenco dei “Professionisti” dal 2003. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Liguria dal 1991 come pubblicista fino al 2003 quando ha superato l’esame a Roma per passare ai professionisti. Il primo pezzo, da album dei ricordi, l'ho scritto sul ‘Corriere Mercantile’ (con l’edizione La Gazzetta del Lunedì) nel novembre del 1988. Fondato nel 1824, fu una delle più longeve testate italiane essendo rimasto in attività fino al luglio del 2015. Ha collaborato per 16 anni con l’agenzia Ansa, ma anche con Agi, Adnkronos, è stato corrispondente della Voce della Russia di Radio Mosca, quindi ha lavorato con La Repubblica, La Padania, Il Giornale, Il Secolo XIX, La Prealpina, La Stampa e per diverse emittenti televisive e radiofoniche come Telenord, Canale 7, Tele Cupole, Tele Gallinara, TeleRiviera, Radio Riviera 3, Radio Liguria International, Radio Babboleo, Lattemiele, Onda Ligure e Radio Valle Belbo. E' direttore di Radiocom.tv, la testata giornalistica della radio degli italiani nel mondo.