Mario Ceroli, omaggio alla Capitale tra memoria e sperimentazione
Roma come luogo dell'anima, laboratorio di sperimentazione e palcoscenico sul quale rimettere continuamente in scena la propria storia. È un ritorno in una città amata quello di Mario Ceroli, protagonista della mostra 'Mario Ceroli {IO}', ospitata dal 15 ottobre al 5 febbraio negli spazi di 21Art Roma. Curata da Cesare Biasini Selvaggi, l'esposizione segna il ritorno dell'artista in una galleria privata romana dopo oltre vent'anni e presenta quindici opere tra sculture e installazioni site-specific, in gran parte inedite e realizzate proprio nel 2026. Il filo conduttore è il rapporto profondo tra Ceroli e la Capitale, una relazione che attraversa quasi settant'anni di attività e continua ad alimentare la sua ricerca. Per l'artista Roma non è soltanto il luogo della formazione o il ricordo di una stagione irripetibile ma è una presenza viva, una città da amare e mettere continuamente in discussione, capace di suggerire nuove forme e nuove interpretazioni. Il fulcro del percorso espositivo è 'Un anno d'amore' (2026), installazione composta da 987 elementi metallici che riprende e reinventa un lavoro concepito da Ceroli nel 1972. La versione originale era costituita da un soffitto in legno formato da 365 quadrati, uno per ciascun giorno dell'anno, ai quali si aggiungeva un elemento dedicato al titolo. A più di cinquant'anni di distanza, l'artista recupera quell'intuizione e la trasforma radicalmente, nella struttura e nel significato. L'opera diventa una sorta di calendario interiore, un diario degli incontri, delle amicizie nuove e ritrovate, delle esperienze che continuano ad arricchire la vita. Un analogo processo di trasformazione riguarda 'Curvilinee e squadra', lavoro del 1965 che nel 2026 assume una nuova identità e un nuovo ruolo con il titolo 'L'architetto'. Il percorso comprende inoltre 'Labirinto', installazione composta da 50 elementi, e la monumentale scultura 'Le campane di Trinità dei Monti', realizzata in ferro, terre colorate e legno, lavori che, pur differenti per materiali e struttura, condividono la volontà di superare i confini tradizionali della scultura, coinvolgendo direttamente lo spazio e trasformando la relazione con lo spettatore in parte integrante dell'esperienza artistica. Particolarmente significativa è anche la presenza di 'Pensiero a Fabrizio De André', scultura del 2024 realizzata in legno e terre colorate. L'opera nasce da un ricordo personale che lega Ceroli al grande cantautore genovese: De André gli aveva donato una chitarra, successivamente rubata; da quell'assenza nasce una scultura che recupera il valore simbolico dell'oggetto perduto e lo trasforma in un omaggio all'amicizia e alla musica. A creare una continuità visiva tra molte delle opere esposte è il blu, scelto come colore-guida della mostra. Il riferimento immediato è al cielo di Roma, alla sua luce e alle sue infinite variazioni ma richiama anche una tradizione pittorica molto più antica, che arriva fino al cielo stellato della Cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto. Uno degli aspetti più interessanti dell'esposizione è anche la sua concezione teatrale: le opere non vengono presentate come oggetti isolati, ma come personaggi chiamati a interpretare ogni volta una parte differente.
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