'Financial Times': Gli Usa valutano iniziative per incoraggiare sempre più Paesi ad adottare il dollaro
L'amministrazione statunitense sta valutando modalità per incoraggiare un numero crescente di Paesi ad adottare il dollaro come valuta principale, nel tentativo di contrastare l’influenza della Cina e la sua spinta a ridurre il ruolo globale della moneta statunitense . Secondo quanto riferito al quotidiano britannico “Financial Times”, funzionari della Casa Bianca e del dipartimento del Tesoro hanno incontrato durante l’estate Steve Hanke, docente alla Johns Hopkins University ed esperto di dollarizzazione, per discutere di possibili strumenti di promozione della valuta statunitense. “Questa è una politica che stanno prendendo molto seriamente, ma è ancora in corso. Nessuna decisione definitiva è stata presa”, ha dichiarato Hanke, precisando che il confronto si inserisce anche nel dibattito sull’uso più ampio delle “stablecoin” – un particolare tipo di criptovaluta che lega il proprio valore a quello di un altro bene stabile – ancorate al dollaro. Un portavoce della Casa Bianca ha confermato gli incontri, sottolineando che “il presidente (Donald) Trump ha ribadito più volte il suo impegno per mantenere la forza e il potere del dollaro”, ma che le consultazioni con esperti esterni “non devono essere considerate come posizioni ufficiali dell’amministrazione”.
Tra i possibili candidati alla “dollarizzazione”, Hanke ha indicato Argentina, Libano, Pakistan, Ghana, Turchia, Egitto, Venezuela e Zimbabwe. L’Argentina, che mantenne un “currency board” – un ente che emette moneta legale convertibile in una determinata valuta estera ad un tasso di cambio fisso – ancorato al dollaro tra il 1991 e il 2002, è tornata sotto i riflettori dopo la crisi valutaria seguita alle elezioni regionali e legislative di quest’anno. Nonostante il ministro dell’Economia Luis Caputo abbia escluso l’adozione del dollaro nel breve termine, il tema resta oggetto di dibattito dopo che il presidente Javier Milei l’aveva proposta come misura per porre fine alle ricorrenti crisi del peso. Secondo Hanke, il 76 per cento del debito accumulato dal Paese dal 1995 sarebbe scomparso a causa della fuga di capitali. “Tutti questi salvataggi sono un pessimo affare: se solo un quarto del debito resta e viene investito in attività produttive, non basta per generare la liquidità necessaria a servire il debito”, ha affermato l’economista-.ò
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