In Europa la vita degli stranieri senza documenti sta per diventare ancora più difficile
Lunedì sera i negoziatori del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea hanno trovato un accordo per aggiornare le norme sui rimpatri degli stranieri senza documenti che si trovano nel territorio dell’Unione, ferme al 2008. Le nuove norme dovranno essere approvate in via definitiva dal Parlamento e dal Consiglio, ma entrambi i voti sono considerati una formalità. Il nuovo regolamento prevede misure molto più severe rispetto a quelle attuali, che renderanno ancora più difficile la vita delle persone straniere senza documenti. Sono misure in linea con un generale spostamento a destra delle istituzioni europee sulla migrazione: anche le nuove norme sull’accoglienza dei richiedenti asilo, che entreranno in vigore fra due settimane, sono più dure rispetto a quelle attuali. «Le nuove regole ci garantiranno maggiore controllo su chi entrerà nell’Unione europea, su chi potrà restare, e su chi dovrà andarsene», aveva detto pochi giorni fa Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni: «È quello che si aspettano i cittadini europei, per questo dobbiamo ottenere dei risultati». Il testo dell’accordo concordato fra Parlamento, Consiglio e Commissione non è ancora disponibile, ma a giudicare dai comunicati diffusi dalle istituzioni sono stati conservati tutti i punti principali delle bozze circolate nelle ultime settimane. La novità più rilevante è che il regolamento permetterà ai paesi europei di creare dei centri di detenzione sia dentro sia – novità – al di fuori del territorio europeo, in cui trasferire persone straniere che non hanno i documenti in regola. In questi centri potranno anche finirci famiglie con figli minori. Le persone al loro interno potranno essere detenute fino a due anni e mezzo, contro i sei mesi attuali, mentre chi verrà considerato un pericolo per la sicurezza ancora più a lungo. Il regolamento prevede che le persone straniere senza documenti possano finire nei paesi extra-europei in attesa del rimpatrio – che però seguirà una procedura differente – oppure in via definitiva, senza cioè poter fare ritorno, a prescindere che il rimpatrio avvenga o meno. In sostanza: chi non ha i documenti in regola potrà essere detenuto fino a due anni e mezzo in centri di detenzione dentro l’Unione europea ma anche in paesi esterni, in cui sarà obiettivamente più difficile garantire il rispetto dei diritti umani e dove le persone rischieranno di finire in una zona grigia legale. Di fatto i centri previsti dall’accordo sono simili a quelli che il governo italiano ha aperto due anni fa in Albania, finora scarsamente utilizzati perché considerati al di fuori delle norme europee in materia di accoglienza. Grazie all’accordo aggiornato sui rimpatri e alle nuove norme sull’accoglienza, i centri in Albania entreranno verosimilmente in funzione questa estate. Il nuovo regolamento sui rimpatri prevede anche poteri più ampi per le forze dell’ordine per condurre operazioni per individuare stranieri senza documenti – i critici li hanno paragonati a quelle dell’ICE statunitense – e lo snellimento delle procedure per impedire il rientro in territorio europeo di alcune persone considerate pericolose. Da mesi le associazioni che si occupano di diritti umani ritengono che il nuovo regolamento possa comportare grosse violazioni dei diritti umani delle persone espulse e trasferite nei nuovi centri di detenzione. In questi centri, sostengono, sarà difficile mantenere standard di accoglienza adeguati e garantire alle persone detenute le tutele previste dalle norme europee, come la disponibilità di un aiuto legale. Ci sono anche dei dubbi sul fatto che il nuovo regolamento rispetti le norme europee e i trattati internazionali: per esempio sul principio di non respingimento e sul divieto di detenzione arbitraria. Il nuovo regolamento potrebbe inoltre condizionare la vita delle persone senza documenti anche prima di finire nei centri: proprio per la paura di essere espulsi potrebbero evitare di cercare cure sanitarie, oppure di denunciare il proprio datore di lavoro per sfruttamento, finendo così ancora più ai margini della società.
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