Libia: omicidio di Saif al Islam Gheddafi, il legale denuncia ostacoli all’inchiesta
Il legale della famiglia di Saif al Islam Gheddafi chiede di fare luce sull’assassinio del figlio dell’ex leader libico e denuncia mancata collaborazione e richieste lasciate senza risposta nell’inchiesta. Lo afferma l’avvocato Khaled Mohamed Al Zaidi, responsabile del gruppo legale che rappresenta i familiari, in un aggiornamento trasmesso ad “Agenzia Nova”. Il legale riferisce inoltre di aver sottoposto agli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani le difficoltà incontrate nel presentare le prove e seguire il procedimento. Saif al Islam, figlio di Muammar Gheddafi, è stato ucciso il 3 febbraio 2026, a 53 anni, nella propria abitazione a Zintan, a sud-ovest di Tripoli. Secondo il suo gruppo politico, quattro uomini armati e mascherati avevano fatto irruzione nell’immobile dopo aver disattivato le telecamere di sorveglianza. La procura aveva confermato la morte per ferite da arma da fuoco e aperto un’indagine. Nel 2021 Saif al Islam aveva presentato la candidatura alle elezioni presidenziali, poi mai svolte, tentando di tornare sulla scena politica dopo la caduta del regime paterno nel 2011. Il 5 marzo la procura libica aveva annunciato di aver identificato tre sospettati e ordinato il loro arresto, senza renderne pubblici i nomi. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli aggressori avevano sorvegliato l’abitazione, scavalcato il muro di cinta e accerchiato Saif al Islam nel cortile, prima di aprire il fuoco. Le indagini avevano consentito di ricostruire anche gli spostamenti e i veicoli utilizzati. Nell’aggiornamento inviato a “Nova”, Al Zaidi sostiene che il gruppo legale continui a incontrare ostacoli. “Continuiamo ad affrontare serie difficoltà a causa della mancata collaborazione”, afferma, denunciando l’assenza di risposte scritte alle istanze presentate. Secondo il legale, questa situazione ha limitato la possibilità dei familiari di esercitare i propri diritti e ostacolato il lavoro di raccolta, documentazione e presentazione delle prove. Al Zaidi ricostruisce le iniziative compiute a partire dal 23 febbraio, quando, riferisce, fu presentata una richiesta urgente per mettere al sicuro le prove digitali e materiali, impedirne la perdita o la manomissione e consentirne l’esame. Il 23 settembre, prosegue, il gruppo ha chiesto alla procura di riconoscere formalmente i familiari come parti civili nel procedimento, registrare il loro rappresentante legale e acquisire tutte le istanze e i documenti già depositati. Il 27 settembre il legale si è rivolto anche alla ministra della Giustizia per segnalare le difficoltà incontrate e chiedere un intervento nell’ambito delle sue competenze. Sul piano internazionale, Al Zaidi afferma di aver inviato il 30 settembre una comunicazione alle procedure speciali del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, a Ginevra: meccanismi affidati a esperti indipendenti che esaminano presunte violazioni dei diritti umani. La comunicazione, spiega, riguarda gli ostacoli nella presentazione delle prove, nella gestione delle richieste e nell’accesso alle informazioni procedurali. Nel testo non vengono indicate risposte o iniziative già assunte dagli esperti Onu. Il legale annuncia inoltre che il gruppo sta valutando le ragioni della mancata collaborazione e dei ritardi. “Dipende da carenze nelle capacità istituzionali, da conflitti d’interesse, da interferenze o da altre cause?”, domanda. Al Zaidi non indica persone responsabili di tali condotte e presenta queste possibilità come interrogativi da verificare sulla base di fatti e prove. “Nomi, qualifiche o incarichi non costituiscono un’immunità qualora sia dimostrato che il loro titolare ha contribuito a ostacolare l’indagine o impedire l’accesso alla giustizia”, afferma. Il legale riferisce anche che il gruppo sta valutando il possibile ricorso alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione e ad altri strumenti, qualora emergano elementi che rientrino nel loro ambito di applicazione. Al Zaidi ribadisce di aver rispettato la riservatezza dell’indagine e l’indipendenza della magistratura, ma aggiunge: “Il rispetto delle istituzioni non significa accettare il silenzio o ritardi senza fine”. Conferma quindi l’impegno a proseguire il percorso giudiziario: “Ogni ostacolo sarà documentato, ogni responsabilità sarà esaminata e ogni percorso legale lecito sarà intrapreso fino al conseguimento della giustizia”.
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