Transiti, inversioni di rotta e segnali spenti: ecco cosa cambia a Hormuz sotto il blocco Usa
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz non si è fermato dopo l’entrata in vigore del blocco navale statunitense, ma ha assunto forme più selettive e incerte, tra navi che continuano il transito, unità che invertono la rotta e altre che navigano senza segnale. È quanto emerge da un’analisi di Windward, secondo cui la prima giornata completa di applicazione del dispositivo Usa ha prodotto una risposta non uniforme da parte degli operatori, con comportamenti adattivi e tentativi di elusione. I dati indicano che il transito nello Stretto non si è interrotto: il 13 aprile sono stati registrati dieci attraversamenti in ingresso e sette in uscita, per un totale di 17 navi, tra petroliere, cargo e portacontainer. Un livello di attività inferiore rispetto ai flussi ordinari, ma coerente con quanto riportato anche da fonti statunitensi citate dal “Wall Street Journal”, secondo cui oltre 20 navi commerciali hanno attraversato Hormuz nelle 24 ore successive, confermando una ripresa parziale del traffico. Allo stesso tempo, il report evidenzia come il comportamento delle navi sia tutt’altro che uniforme. Accanto a unità che continuano il transito, si osservano casi di inversione di rotta, rallentamenti anomali e modifiche delle traiettorie. Dinamiche che riflettono un contesto in cui gli operatori stanno testando in tempo reale i limiti dell’enforcement americano. Un esempio emblematico è quello della portacontainer iraniana Kashan, già segnalata ieri da “Agenzia Nova”, che ha lasciato Bandar Abbas ed è transitata nello Stretto nonostante sia soggetta a sanzioni statunitensi. I dati di tracciamento Ais indicano che l’unità ha proseguito la navigazione nel Golfo di Oman mantenendo una velocità regolare superiore ai 13 nodi, segno che il transito non è stato interrotto e che il dispositivo Usa non ha ancora prodotto un blocco effettivo per alcune categorie di traffico. Diverso, ma altrettanto significativo, il caso della petroliera Rich Starry, anch’essa inserita nei programmi sanzionatori statunitensi. La nave ha attraversato lo Stretto lungo una rotta tra Emirati Arabi Uniti e Oman, quindi formalmente al di fuori delle restrizioni statunitensi, che – secondo il comando centrale Usa (Centcom) – si applicano alle unità dirette verso porti iraniani o in uscita dagli stessi. La Rich Starry ha comunque invertito la rotta nel Golfo di Oman dopo il transito, mentre altre unità – come la nave Christianna – hanno effettuato manovre simili senza una destinazione chiara. Secondo il “Wall Street Journal”, almeno otto petroliere legate all’Iran sono state costrette a invertire la rotta dal 13 aprile dopo essere state contattate via radio dalla Marina statunitense. Nessuna operazione di abbordaggio è stata finora necessaria, segnale che l’interdizione si sta svolgendo principalmente attraverso deterrenza e comunicazioni operative. La presenza nello Stretto di navi sanzionate, unità con rotte ambigue e traffico commerciale regolare conferma il quadro delineato dal report Windward: un sistema in cui transito, adattamento ed evasione coesistono, senza un’interruzione netta dei flussi. Nel Golfo risultano presenti oltre 800 navi, con livelli elevati di attività “dark” – ossia con transponder spenti – e una persistenza di comportamenti riconducibili a tentativi di elusione. Un altro elemento rilevante riguarda la gestione dei flussi energetici iraniani. Secondo il report, circa 20 milioni di barili di petrolio sono attualmente accumulati offshore al largo della Malesia, all’interno di reti di trasferimento nave-a-nave (ship-to-ship), segnale di un progressivo spostamento verso circuiti indiretti che riducono la dipendenza dal passaggio diretto attraverso Hormuz.
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