A Coopera 2026 la governance degli aiuti cerca una nuova direzione
Chiusa a Roma la due giorni di Coopera, la conferenza biennale sulla cooperazione internazionale. Tra la spinta alla co-creazione e il dinamismo di università e ong, il sistema italiano si interroga sulle nuove geometrie delle relazioni con il continente. Dietro i vertici istituzionali, tuttavia, restano aperti i nodi delle risorse reali, lo scoglio della burocrazia e il «reality check» dell’Ocse. Fondere l’antico concetto greco dell’eranos – il banchetto comunitario in cui ciascuno contribuisce con ciò che possiede, evocato da Luca Manzi del Forum per il Sostegno a Distanza (Forum Sad) – con la filosofia bantu dell’ubuntu, riassunta da Carola Ricci dell’Università di Pavia nella celebre espressione «io sono perché noi siamo». A queste visioni si salda l’etica cosmopolita del filosofo Anthony Appiah, citata da Michele Mazzola del ministero dell’Università e della Ricerca. Questa è l’intelaiatura concettuale emersa a chiusura del forum che si è svolto a Roma martedì 26 e mercoledì 27 maggio. La conferenza biennale, organizzata dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale in collaborazione con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e prevista dalla legge 125 del 2014, ha tracciato il complesso perimetro all’interno del quale si muove il tentativo di ridefinire le geometrie delle relazioni tra il sistema italiano e il continente africano. L’obiettivo dichiarato è chiaro: superare i vecchi modelli estrattivi del passato, sia sul piano economico sia su quello accademico, trasformando l’aiuto allo sviluppo in una «danza a due» basata sulla co-creazione e sulla condivisione paritaria. In questa visione, la tutela dei diritti umani e ambientali cambia pelle. Come ricordato da Margherita Romanelli di WeWorld, non si tratta più di un semplice elemento di contorno, ma del criterio tassativo per accedere a ogni forma di finanziamento.
Qual è la tua reazione a questa notizia?