Cina-Giappone, la crisi colpisce anche i Pokemon
Il motto dell’azienda è: “Connettere il mondo con Pokemon”. Più facile a dirsi che a farsi. Specialmente oggi. Specialmente se i due pezzi di mondo da avvicinare sono Cina e Giappone. Pokemon Company, la controllata del colosso del gaming Nintendo, ha dovuto disconoscere un evento in programma sabato e scusarsi pubblicamente per averlo appoggiato attraverso il proprio sito web. L’azienda giapponese è l’ultima vittima della guerra diplomatica e commerciale in corso tra Cina e Giappone, i due colossi economici e politici dell’Estremo Oriente da mesi alle prese con la crisi bilaterale più seria da diversi anni a questa parte. A fare scoppiare il caso, costringendo la società giapponese a fare retromarcia, è stata la scelta della location dell’evento, il Santuario di Yasukuni, un luogo di culto shintoista nel centro di Tokyo che rende omaggio alle anime dei caduti di guerra giapponesi, compresi alcuni criminali di guerra. Non c’è voluto molto perché, visto il ritorno in gran voga della wolf warrior diplomacy di Pechino, il governo cinese approfittasse del passo falso, per tornare a mettere pressione su Tokyo. Prima consentendo che il caso montasse sui social network (la Cina esercita un controllo abbastanza stringente su cosa può e non può essere detto sul web) e quindi utilizzando i media statali per trasformare la più o meno spontanea indignazione popolare in una notizia prima, e in un caso politico poi. Risultato: evento annullato e profusione di scuse, sia in giapponese sia in cinese. La vicenda dei Pokemon è solo l’ultimo capitolo di una vicenda iniziata lo scorso novembre, quando la premier giapponese Sanae Takaichi, parlando a braccio in Parlamento, ha detto un’ovvietà che negli ambienti politici e diplomatici giapponesi tutti sussurrano, ma nessuno dice ad alta voce, ovvero che se un’eventuale invasione cinese di Taiwan mettesse a rischio il Giappone, Tokyo interverrebbe. Le parole della premier sono state prima stigmatizzate (con toni di una rozzezza e violenza sbalorditive) dal console generale cinese a Osaka e quindi, di fronte al fermo rifiuto di Takaichi di suicidarsi politicamente facendo marcia indietro, sono diventate motivo di accuse e minacce neppure troppo velate a Pechino. Da lì in avanti è scattato prima il boicottaggio dei turisti cinesi – che fino a poche settimane fa erano una voce importante sia sul fronte degli arrivi (aerei, hotel, ristoranti), sia su quello degli acquisti nei mall di Tokyo (crollati a dicembre) – e quindi il freno all’esportazione di tecnologia cinese dual use civile/militare verso il Giappone. Sabato è stata la volta dei Pokemon, ennesima espressione del soft power giapponese a cadere vittima del deterioramento dei rapporti tra i due Paesi. “I marchi che ignorano la Storia e feriscono i sentimenti dei consumatori cinesi finiranno per essere abbandonati dal mercato”, ha sentenziato il People’s Daily sul proprio account Weibo. Al netto dell’aggressività cinese, l’errore commesso dagli organizzatori dell’evento è stato grossolano. Il santuario di Yasukuni ciclicamente finisce al centro di tensioni tra Giappone e Cina e tra Giappone e Corea del Sud. Visitarlo, agli occhi di molti, significa ignorare il passato militarista e imperialista del Giappone e alcuni dei crimini di guerra più atroci del secolo scorso. La stessa premier ultranazionalista Takaichi, che in passato ha ripetutamente visitato il santuario, da quando è a capo del governo ne sta prudentemente alla larga.
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