Fuga dalla Cpi: l’effetto domino che accelera il crollo del multilateralismo

Giu 27, 2026 - 00:55
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Fuga dalla Cpi: l’effetto domino che accelera il crollo del multilateralismo

Dopo il Burundi e le Filippine, anche il Niger ha ufficialmente depositato la sua richiesta di ritiro dalla Corte penale internazionale (Cpi). Lentamente ma quasi inesorabilmente, vengono meno pezzi di multilateralismo costruiti in epoche che ormai sembrano lontane anni luce. E la cartina dei Paesi aderenti alla Cpi si fa più vuota, anche se già fin dall’inizio mancavano nazioni come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia. La decisione del Niger non è inaspettata, anzi, era già stata a suo tempo annunciata insieme ad altri due Paesi del Sahel – il Mali e il Burkina Faso – che negli ultimi anni hanno visto l’arrivo al potere dei militari. Istituita dallo Statuto di Roma nel 1998 ed entrata in attività nel 2002, la Corte penale internazionale è un tribunale permanente che indaga e persegue persone sospettate di aver commesso crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e (dal 2018) il crimine di aggressione, nei casi in cui le autorità nazionali siano incapaci o non propense ad agire in maniera indipendente. L’accusa, ribadita dal Niger tra le motivazioni del suo passo indietro e fatta propria in questi anni da più parti, è che la Cpi sia stata uno strumento non usato a 360 gradi, ma con pesi e misure differenti a seconda dei casi e delle nazioni. La Corte penale internazionale ha espresso disappunto per la scelta di Niamey: «Deploriamo qualsiasi decisione che si discosti dallo sforzo collettivo volto a porre fine all’impunità per i crimini internazionali più gravi» ha riferito in un comunicato. Nella sua lettera, il Niger aveva invece sostenuto che «sebbene la Corte avesse suscitato grandi speranze tra i popoli che hanno a cuore la pace e la giustizia, essa è stata oggetto di abusi e strumentalizzazioni». “Due pesi e due misure“ Nella nota della Cpi non si fa riferimento agli due Stati saheliani vicini al Niger che lo scorso settembre, insieme al Niger, avevano annunciato il loro ritiro dalla Cpi. I tre, che in precedenza avevano contemporaneamente lasciato l’Ecowas per formare un proprio blocco regionale (l’Alleanza degli Stati del Sahel), avevano sostenuto in quella occasione che la Cpi fosse di parte e venisse utilizzata come strumento neocoloniale contro i Paesi più deboli. Questa accusa è stata in realtà avanzata a più riprese nel continente africano, con diversi governi che hanno accusato la Corte di applicare due pesi e due misure, concentrandosi principalmente sui casi africani e ignorando i crimini commessi dai Paesi più potenti. Nel 2016, il Burundi era diventato il primo Paese a uscire formalmente dalla Corte penale internazionale. Più o meno nello stesso periodo, anche il Sudafrica e il Gambia avevano annunciato il proprio ritiro, sebbene entrambi abbiano successivamente fatto marcia indietro. Nel 2018, l’allora presidente Rodrigo Duterte annunciò l’intenzione delle Filippine di ritirarsi dalla Corte penale internazionale. La nazione asiatica è diventata il secondo Paese a completare l’uscita formale nel marzo del 2019. Il contesto internazionale difficile, le divisioni interne all’Occidente, il cambio di governo negli Stati Uniti, la cancellazione dei finanziamenti di Usaid, lo spostamento alla Difesa di fondi che alcuni storici donatori europei destinavano alla Cooperazione, la percepita marginalizzazione del sistema Onu e delle sue agenzie, la crisi economica e finanziaria che stringe le maglie dei bilanci pubblici. Sono molti, e pesanti, gli elementi che sembrano dirci che l’era della cooperazione internazionale come l’abbiamo conosciuta stia volgendo al termine. Quello del Niger sembra dunque un altro passo in questa direzione. La domanda è se si va verso altre forme di collaborazione tra Stati e popoli o se si va verso le leggi del più forte.

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Redazione Giornalista iscritto all’elenco dei “Professionisti” dal 2003. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Liguria dal 1991 come pubblicista fino al 2003 quando ha superato l’esame a Roma per passare ai professionisti. Il primo pezzo, da album dei ricordi, l'ho scritto sul ‘Corriere Mercantile’ (con l’edizione La Gazzetta del Lunedì) nel novembre del 1988. Fondato nel 1824, fu una delle più longeve testate italiane essendo rimasto in attività fino al luglio del 2015. Ha collaborato per 16 anni con l’agenzia Ansa, ma anche con Agi, Adnkronos, è stato corrispondente della Voce della Russia di Radio Mosca, quindi ha lavorato con La Repubblica, La Padania, Il Giornale, Il Secolo XIX, La Prealpina, La Stampa e per diverse emittenti televisive e radiofoniche come Telenord, Canale 7, Tele Cupole, Tele Gallinara, TeleRiviera, Radio Riviera 3, Radio Liguria International, Radio Babboleo, Lattemiele, Onda Ligure e Radio Valle Belbo. E' direttore di Radiocom.tv, la testata giornalistica della radio degli italiani nel mondo.