Libia: Tripoli si compatta prima del negoziato con l’Est, partita decisiva nel Sud
Più che un semplice rimpasto, quello avviato dal primo ministro del Governo di unità nazionale (Gun), Abdulhamid Dabaiba, appare come una manovra di consolidamento politico e territoriale della Tripolitania in vista di una possibile nuova fase di interlocuzione con l’est della Libia. La sostituzione di circa metà della compagine governativa, l’intesa raggiunta con il presidente del Consiglio presidenziale Mohamed al Menfi e con il presidente dell’Alto Consiglio di Stato Mohamed Takala, le mosse parallele nelle città strategiche di Zawiya e Misurata e la nomina di Salem al Zadma a vicepremier con delega al Fezzan indicano un tentativo di rafforzare la posizione negoziale di Tripoli in una fase in cui Stati Uniti e Nazioni Unite continuano a sollecitare una maggiore inclusione delle istituzioni orientali nel processo politico. Dabaiba, potente imprenditore di Misurata prestato alla politica, ha presentato il rimpasto come un’operazione necessaria a “immettere nuove energie e colmare le posizioni vacanti”, difendendo la permanenza del suo esecutivo fino allo svolgimento di elezioni nazionali. Il messaggio politico, tuttavia, sembra più ampio. Il premier non si è limitato a coprire caselle rimaste scoperte, ma ha ridefinito pezzi importanti della filiera di governo. Secondo le informazioni raccolte da “Agenzia Nova”, le nuove nomine sono 13 e includono dicasteri chiave come Economia, Sanità, Industria, Istruzione superiore, Gioventù, Turismo, Cultura, Sport, Risorse idriche ed Economia digitale e intelligenza artificiale. Non sono invece stati nominati nuovi titolari agli Esteri, agli Interni e alla Difesa, una scelta che suggerisce prudenza proprio sui dossier più sensibili nel confronto interno e internazionale. Sul piano politico, l’elemento forse più rilevante è che il rimpasto ha ottenuto una copertura istituzionale al termine di un vertice tripartito con Menfi e Takala. Un passaggio non esattamente scontato, perché arriva dopo le riserve espresse da Menfi nei giorni scorsi sull’opportunità di modificare la struttura del governo senza un più ampio consenso nazionale. Il via libera finale non sembra indicare una piena convergenza politica, quanto piuttosto la scelta di ricondurre a posteriori le mosse di Dabaiba dentro una cornice istituzionale compatibile con l’Accordo politico libico del 2015, l’intesa mediata dalle Nazioni Unite che regola gli assetti della fase post-2011, e con la fase di transizione che il Paese attraversa da oltre un decennio senza essere ancora riuscito a organizzare elezioni nazionali. In questo modo, Tripoli ha provato – almeno formalmente – a contenere le proprie frizioni interne prima della fase successiva. Questa esigenza di compattamento emerge anche da altri segnali registrati negli ultimi giorni nella Libia occidentale. A Zawiya, città strategica a ovest di Tripoli e da anni cruciale negli equilibri di sicurezza, Dabaiba ha istituito il nuovo comune di Abu Surra. Formalmente si tratta di un provvedimento amministrativo, ma la misura interessa un’area ricondotta da fonti locali all’orbita della famiglia Buzriba, gruppo influente a cui il premier ha progressivamente affidato porzioni delle reti di potere emerse dopo la morte di Abdel Ghani al Kikli, detto “Ghneiwa”, ex comandante dell’Autorità per il sostegno alla stabilizzazione. La mossa assume un significato ulteriore perché la stessa famiglia Buzriba dispone di legami con l’est del Paese: Issam Buzriba è ministro dell’Interno nel governo parallelo sostenuto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk. Anche per questo, la creazione del nuovo comune può essere letta come un tentativo di rinsaldare il controllo di Tripoli su un’area sensibile, ma anche di tenere aperti canali con ambienti non totalmente estranei alla sfera orientale. Un discorso simile vale per Misurata, altro centro decisivo della Tripolitania. L’incontro organizzato dal ministro dell’Interno ad interim Imad Trabelsi con notabili, autorità civili e figure di sicurezza della città ha avuto un chiaro valore politico oltre che simbolico. Misurata resta infatti una sorta di “città-Stato” dentro gli equilibri dell’ovest libico: dispone di peso economico, militare e istituzionale, e nessun assetto stabile in Tripolitania può prescindere dal suo consenso o almeno dalla sua neutralità. Il messaggio che arriva dall’iftar politico-securitario promosso dal ministero è che Tripoli sta cercando di serrare i ranghi con uno dei poli di potere più influenti dell’ovest prima di affrontare una fase potenzialmente più delicata sul piano del negoziato nazionale. Se la Tripolitania si sta ricomponendo, anche l’est mostra segnali di riassestamento. Il governo guidato da Osama Hammad ha riorganizzato i vertici della sicurezza interna nominando il generale Salah al Aqili alla guida dell’Autorità di sicurezza interna e trasferendo il generale Osama al Darsi alla polizia giudiziaria. Si tratta di decisioni che, pur presentate come normali avvicendamenti amministrativi, indicano la volontà del campo orientale di consolidare il controllo sugli apparati in un momento in cui la prospettiva di nuove mediazioni politiche rende ancora più importante presentarsi con una catena di comando ordinata. Il nome della famiglia Al Darsi richiama inoltre una delle componenti tribali più influenti della Cirenaica. La tribù Darsa rappresenta infatti uno dei gruppi sociali di riferimento nell’area di Derna e Al Marj e mantiene un peso significativo negli equilibri politici dell’est libico. Negli ultimi anni il clan è tornato al centro dell’attenzione anche per la vicenda di Ibrahim al Darsi, deputato della Camera dei rappresentanti di Tobruk, scomparso a Bengasi nel maggio 2024 dopo che la sua abitazione era stata presa d’assalto da uomini armati. Nel maggio 2025 è stato inoltre presentato un ricorso alla Corte penale internazionale dell’Aia in relazione al caso. In questo contesto, anche i movimenti militari registrati negli ultimi giorni assumono un significato più ampio. In questa chiave va letta la visita del capo di stato maggiore dell’Esercito nazionale libico (Enl), Khaled Haftar, a Sebha e nelle aree di frontiera del sud-ovest: un segnale di presenza, controllo e attenzione al teatro meridionale. Ed è proprio il Fezzan il vero baricentro della partita. La nomina di Salem al Zadma a vicepremier incaricato per il sud non è una scelta tecnica, ma una mossa politica con possibili ricadute sugli equilibri tribali e militari della regione. Al Zadma appartiene infatti a un clan radicato nel Fezzan e in aree della Libia centrale come Jufra, Sirte e Harawa, con legami con la tribù araba degli Awlad Suleiman. Inoltre, Salem al Zadma ha un passato nel governo parallelo dell’est ed è rientrato sulla scena politica dopo un periodo trascorso soprattutto in Egitto, nel quadro delle tensioni che avevano opposto la sua famiglia ad ambienti vicini a Khalifa Haftar e in particolare al generale Hassan al Zama, comandante della 128ma Brigata rinforzata. Portarlo a Tripoli e attribuirgli una delega sul Fezzan significa tentare di inserire un attore dotato di peso locale dentro la proiezione meridionale del Gun, con l’obiettivo implicito di incrinare almeno in parte l’assetto costruito negli ultimi anni dall’est nel sud del Paese. La centralità del Fezzan dipende da tre fattori. Il primo è energetico: nella regione meridionale della Libia, che si estende tra le città di Sebha, Murzuq e Ubari fino ai confini con Niger, Ciad e Algeria, si trovano i giacimenti di Sharara ed El Feel, due tra i più importanti del Paese, il secondo dei quali operato dalla joint venture Mellitah Oil and Gas controllata dalla National Oil Corporation e dall’italiana Eni. Il secondo fattore è geostrategico: il sud collega la Libia al Sahel e rappresenta uno snodo fondamentale per il controllo delle frontiere sahariane, dei traffici transfrontalieri e delle principali rotte migratorie che attraversano il deserto verso la costa mediterranea. Il terzo è politico-militare: chi controlla il Fezzan rafforza il proprio peso nella futura architettura nazionale, perché domina uno spazio cuscinetto tra Tripolitania e Cirenaica e insieme una delle principali leve economiche del Paese. Non a caso, gli ultimi episodi di sicurezza mostrano quanto il sud resti fragile e conteso. A Sebha, principale centro urbano del Fezzan situato circa 750 chilometri a sud di Tripoli, le autorità hanno creato una sala operativa di sicurezza congiunta per rafforzare i controlli e imporre una maggiore presenza dello Stato. A Qatrun, invece, nell’area desertica della regione di Murzuq a circa 120 chilometri dal confine con il Niger e lungo la direttrice che collega Sebha al valico di Al Tum, a fine febbraio è stato ucciso in pieno giorno un maggiore dell’Esercito nazionale libico (Enl), Fares al Farjani, in un contesto che conferma la persistente instabilità delle aree di frontiera. Più in generale, dopo l’attacco del 31 gennaio contro il valico di Al Tum, uno dei principali punti di passaggio tra Libia e Niger, Haftar ha rafforzato il proprio dispositivo nel Fezzan con la creazione della 18ma Brigata di fanteria leggera e con una maggiore pressione sulle direttrici meridionali. Fonti locali hanno ricondotto parte di queste tensioni alla componente Tebu, gruppo etnico transfrontaliero presente tra Libia, Niger e Ciad, e alle dinamiche di rivalità per il controllo delle rotte e delle risorse nel deserto. In questo quadro, il rientro di figure come Salem al Zadma nel campo di Tripoli suggerisce che sia in corso un tentativo di ridisegnare le alleanze nel sud e di erodere almeno una parte dell’influenza orientale. Nel complesso, il rimpasto di Dabaiba non sembra dunque rispondere solo a esigenze amministrative o di immagine. La mossa indica piuttosto la volontà di Tripoli di presentarsi più ordinata, più coesa e più radicata territorialmente davanti a un possibile riavvio del confronto con l’est. Allo stesso tempo, anche il campo orientale sta serrando le file. Per questo la prossima fase della crisi libica potrebbe non giocarsi solo nei palazzi di Tripoli e Bengasi, ma soprattutto nella capacità dei due blocchi di consolidare i rispettivi spazi di influenza prima del negoziato. E in questa competizione, il Fezzan (ricco di risorse naturali ma povero di servizi) resta il fronte più sensibile e potenzialmente più decisivo.
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