Rischi catastrofali, costi attesi per 7 miliardi di euro l’anno in Italia: 41 milioni gli immobili esposti
vvenimenti che, fino a pochi anni fa, si definivano «eccezionali» stanno diventando sempre più frequenti. Terremoti, alluvioni, eventi atmosferici intensi incidono infatti in modo diretto sulla sicurezza delle persone, sulla continuità economica dei territori, sulla sostenibilità dei conti pubblici. Solo negli ultimi 12 anni, terremoti, alluvioni e tempeste convettive, hanno generato costi per oltre 100 miliardi di euro, la maggior parte dei quali originati da alluvioni (44,8 miliardi) e tempeste convettive (36,4 miliardi). Non a caso il direttore editoriale del nostro giornale, Erasmo D’Angelis, e l’economista Mauro Grassi hanno lanciato la proposta di un Piano nazionale ad hoc, delineata nel libro “Fuori dalle emergenze”, edito da Il Mulino: il punto di partenza è che ‘’Italia continua a spendere molto per riparare i danni, ma troppo poco per evitarli. Ne deriva un modello inefficiente, costoso e socialmente insostenibile. Ecco allora la necessità di un Piano quindicennale capace di superare la frammentazione e introdurre una visione unitaria delle azioni e degli interventi. Va analogamente in questa direzione anche un’altra iniziativa presentata ieri a Roma, ovvero la prima edizione del “Natural Risk Forum”, think tank promosso da Unipol con l’obiettivo di stimolare una riflessione ampia e strategica sui rischi catastrofali naturali e il loro impatto sul Paese. Capire il rischio non è un esercizio accademico ma una condizione necessaria per prendere decisioni, è il concetto su cui si è insistito. E con questo obiettivo è stato presentato al forum il “Natural Risk Index (Nri)”, un indicatore originale che fornisce una misura sintetica e comparabile dei rischi catastrofali a livello regionale. L’indicatore - che si avvale dei modelli catastrofali sviluppati da Gallagher Re - considera tre tipi di eventi catastrofali: terremoti, alluvioni e tempeste convettive. Per misurare il Nri, l’analisi è partita dalla mappatura del patrimonio immobiliare italiano esposto agli eventi catastrofali concentrandosi su tre macrosettori: imprese (attività produttive e commerciali); abitazioni (patrimonio residenziale) ed edifici pubblici (immobili della Pubblica Amministrazione). Sono state invece escluse le infrastrutture (strade, ponti, ferrovie, reti energetiche e idriche), che seguono logiche di gestione del rischio basate su fondi pubblici, piani straordinari o responsabilità dei concessionari. I risultati di questa analisi riportano un primo dato rilevante: in Italia sono 41 milioni le unità immobiliari potenzialmente esposte agli eventi catastrofali. Mentre a livello di distribuzione geografica, le provincie con il maggior numero di beni esposti sono Roma, Milano e Napoli. La ricerca ha quindi misurato il valore di ricostruzione dei 41 milioni di unità immobiliari. Il dato comprende l’intero costo di ricostruzione, includendo non solo il valore strutturale degli edifici, ma anche ciò che è contenuto al loro interno (per esempio macchinari, merci o mobili). La stima incorpora, inoltre, il costo associato all’interruzione delle attività produttive, tenendo conto delle perdite economiche derivanti dalla temporanea sospensione o riduzione dell’operatività a seguito dell’evento catastrofale. Nel complesso, dunque, il valore rappresenta una misura integrata dell’impatto economico totale, considerando sia i danni materiali diretti sia gli effetti economici indiretti. Il secondo dato rilevante emerso dalla ricerca è rappresentato dal valore di ricostruzione complessivo degli immobili: si tratta di 14.400 miliardi di euro, pari a circa sette volte il Pil nazionale. La distribuzione geografica di questo valore mostra una significativa asimmetria territoriale per le esposizioni commerciali e industriali tra nord e sud, mentre per gli edifici residenziali la distribuzione risulta più omogenea. In questo contesto, il Natural Risk Index (Nri) costituisce una evoluzione metodologica significativa in quanto integra in un unico indicatore le tre dimensioni del rischio: pericolosità (la probabilità che un evento dannoso si verifichi in una determinata area), esposizione (il valore economico dei beni e delle attività presenti in un territorio e potenzialmente soggetti a eventi catastrofali) e vulnerabilità (quanto tali beni siano predisposti a subire danni economici o perdite). Il Nri non fornisce, dunque, una stima assoluta del costo medio annuo regionale ma consente di valutare e confrontare il peso relativo del rischio tra le diverse regioni italiane. Le regioni con il Nri più elevato risultano essere Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. In base ai risultati dell’analisi, il rischio catastrofale in Italia appare fortemente guidato dall’interazione tra pericolosità naturale e concentrazione del valore economico: le aree con la maggiore densità di abitazioni, imprese ed edifici pubblici, risultano le più esposte in termini assoluti. I grafici sottostanti mostrano la distribuzione territoriale del Natural Risk Index per le regioni italiane, per tutti i Peril (terremoti, alluvioni e tempeste convettive). La scala di colori rappresenta il valore dell’indice, con tonalità più scure associate a un impatto economico relativo più elevato. Per maggiore chiarezza, i numeri riportati all’interno di ciascuna regione indicano la posizione in classifica, dove 1 corrisponde alla regione con il valore più alto del Natural Risk Index e 20 a quella con il valore più basso.
Qual è la tua reazione a questa notizia?