Secondo un sondaggio l’opinione pubblica cinese guarda con più favore agli Stati Uniti
L’opinione pubblica cinese ha mostrato nel 2025 un “notevole” miglioramento nella percezione degli Stati Uniti, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre anni. È quanto emerge dall’annuale sondaggio “Chinese Outlook on International Security”, pubblicato dal Centro per la sicurezza internazionale e la strategia (Ciss) dell’Università Tsinghua. Secondo lo studio, è aumentata in modo “sostanziale” anche la quota di intervistati che valuta positivamente l’andamento delle relazioni tra Cina e Usa. Alla richiesta di un giudizio sugli Stati Uniti su una scala da uno a cinque, i 2 mila intervistati hanno attribuito un punteggio medio di 2,38, in forte aumento rispetto all’1,85 registrato nel 2024 e il valore più elevato da quando il rapporto è stato lanciato nel 2023. Nonostante il miglioramento, il gradimento verso Washington resta inferiore a quello espresso nei confronti di altri Paesi e blocchi, tra cui Regno Unito, Unione europea, Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) e Corea del Sud, ma rimane superiore a quello attribuito all’India. La Russia si conferma al primo posto nella classifica di gradimento per il terzo anno consecutivo, pur registrando un lieve calo, da 3,66 a 3,49. Secondo il rapporto del Ciss, “il favore verso la Russia è diminuito per la prima volta, ma resta il più alto, mentre quello verso gli Stati Uniti rimane basso pur mostrando un recupero significativo”. Per il terzo anno di fila, il Giappone ha invece ottenuto il punteggio di gradimento più basso tra i Paesi considerati. Il sondaggio, condotto online tra luglio e settembre, evidenzia anche segnali di cauto ottimismo sul futuro dei rapporti bilaterali: il 28,4 per cento degli intervistati ritiene che le relazioni tra Cina e Usa siano migliorate negli ultimi dodici mesi, contro l’8,12 per cento del 2024. Guardando ai prossimi cinque anni, il 47 per cento prevede un miglioramento almeno parziale dei rapporti, in netto aumento rispetto al 31,7 per cento dell’anno precedente. I dati emergono mentre Pechino e Washington lavorano alla stabilizzazione delle relazioni, dopo l’intesa raggiunta durante il vertice di ottobre in Corea del Sud tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il cinese Xi Jinping, che dovrebbe aprire la strada a visite di Stato reciproche nel corso dell’anno appena iniziato. In quell’occasione le due parti hanno concordato una tregua nella guerra commerciale: la Cina ha sospeso nuove restrizioni sull’export di terre rare e si è impegnata a riprendere acquisti su larga scala di soia statunitense, mentre Washington ha ridotto alcuni dazi sulle importazioni cinesi. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha ribadito martedì 30 dicembre la necessità di relazioni stabili tra le due maggiori economie mondiali, affermando che “dalla cooperazione entrambe guadagnano, dal confronto entrambe perdono”. Intervenendo a un simposio diplomatico a Pechino, Wang ha tuttavia avvertito che la Cina resterà ferma sulla questione di Taiwan, citando le “ripetute provocazioni” delle forze indipendentiste e le vendite di armi statunitensi all’isola, inclusa la decisione di Washington, annunciata a dicembre, di fornire armamenti a Taipei per circa 11 miliardi di dollari. Il rapporto segnala che, nonostante una percezione generalmente positiva del futuro contesto di sicurezza della Cina, le principali preoccupazioni restano la “competizione strategica Cina-Usa”, il rischio di crisi finanziarie ed economiche internazionali e la situazione nello Stretto di Taiwan. Allo stesso tempo, emerge una forte diffidenza verso il governo statunitense: quasi l’80 per cento degli intervistati ritiene che la strategia di fondo di Washington sia “contenere lo sviluppo e l’ascesa della Cina”, sebbene la maggioranza continui a sostenere la cooperazione economica e commerciale bilaterale. Oltre l’85 per cento degli intervistati appoggia inoltre l’adozione di contromisure commerciali da parte di Pechino contro gli Stati Uniti, motivate dalla difesa della dignità nazionale, dalla tutela dei settori industriali strategici e dalla creazione di leva negoziale.
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