Siria: Damasco verso il controllo totale del territorio, ma il cessate il fuoco con i curdi resta fragile
Negli ultimi giorni, la nuova Siria del presidente Ahmed al Sharaa è stata protagonista dell’ultima di una serie di scosse che stanno interessando l’intera regione e contribuendo a ridefinire gli equilibri di potere in Medio Oriente. È stato proprio il presidente ad interim ad annunciare ieri un accordo di cessate il fuoco con le Forze democratiche siriane (Fds, coalizione di milizie a maggioranza curda) grazie al quale Damasco assumerà il controllo di alcune zone finora amministrate in maniera semi-autonoma. Una svolta che arriva dopo poco più di un anno dalla cacciata dell’ex presidente Bashar al Assad l’8 dicembre 2024 e l’assunzione del potere da parte dell’ex miliziano islamista Al Sharaa (precedentemente noto con il nome di battaglia Abu Mohammad al Jolani). Durante questi mesi non sono mancati tentativi di confronto, colloqui e anche scontri sul campo per risolvere la “questione curda”, senza tuttavia riuscire a sbloccare lo stallo. Nelle scorse settimane la situazione si era fatta nuovamente tesa, dopo una serie di scontri tra i militari governativi e i gruppi filo-curdi che avevano coinvolto alcuni quartieri curdi di Aleppo, provocando decine di morti e decine di migliaia di sfollati. Le violenze tra le due parti erano cominciate a seguito di un incontro volto a dare attuazione a un precedente accordo siglato tra Al Sharaa e il capo delle Fds Mazloum Abdi lo scorso marzo, che non aveva prodotto risultati concreti. Il 17 gennaio il presidente Al Sharaa ha emanato un decreto che riconosce il curdo come lingua nazionale e i curdi come “parte essenziale e integrale” del Paese, in risposta alla “disponibilità” delle Fds di ritirarsi da Aleppo e dalle aree ad est della città, dopo i recenti combattimenti. Secondo l’agenzia di stampa siriana “Sana”, il decreto riconosce i curdi come “parte essenziale e integrante” del Paese. Al Sharaa ha anche dichiarato il Nowruz (il capodanno curdo e persiano) come festa nazionale. Infine, il decreto garantisce la nazionalità siriana ai curdi che ne erano stati privati dopo il censimento del 1962. La mossa, tuttavia, non è stata giudicata sufficiente da parte dell’amministrazione autonoma della Siria del nord-est (Rojava), secondo cui il decreto “non può costituire una vera garanzia” della tutela dei diritti dei curdi. Lo scorso fine settimana, la tensione è tornata a salire fino a che le forze regolari siriane hanno esteso il proprio controllo sulle città di Deir Hafer e Maskaneh e su 34 villaggi e città nella campagna orientale di Aleppo, in seguito al ritiro nella parte orientale dell’Eufrate di centinaia di elementi delle Fds. Non sono mancati scontri e accuse reciproche: le forze del governo hanno denunciato la morte di due militari per mano delle Fds, mentre le forze a maggioranza curda hanno parlato di una violazione della tregua per l’ingresso nella città e nell’aeroporto militare di Tabqa. L’esercito ha inoltre dichiarato la zona a ovest del fiume Eufrate come “area militare chiusa” e occupato il giacimento petrolifero di Al Omar e quello di gas di Koniko, due siti energetici d’importanza strategica per il Paese, situati nella provincia orientale di Deir ez-Zor. L’accordo annunciato ieri prevede l’integrazione di tre province finora a guida curda – Hasakah, Deir ez-Zor e Raqqa – nello Stato siriano e dei membri delle Fds nell’esercito di Damasco. “Lo Stato siriano è uno Stato unificato”, ha dichiarato Al Sharaa. I punti principali dell’intesa prevedono l’integrazione di tutte le istituzioni civili nello Stato siriano, il controllo da parte del governo ufficiale di Damasco di tutti i giacimenti petroliferi e l’integrazione di tutti gli elementi delle Fds nel ministero della Difesa siriano, “dopo i necessari controlli di sicurezza e garantendo la privacy dell’area curda”. Inoltre, l’accordo prevede la nomina tramite decreto presidenziale di un governatore a Hasakah e la smilitarizzazione e rimozione delle armi pesanti da Ayn al Arab (Kobane), con la formazione di una forza di sicurezza locale sotto il controllo del ministero dell’Interno. Il governo gestirà i prigionieri e i campi di detenzione per le famiglie dei membri dello Stato islamico (Is) e si impegna a combattere contro le cellule del gruppo ancora presenti. Inoltre, Damasco approverà una lista di candidati delle Fds da includere nelle istituzioni dello Stato siriano. Alle Fds è richiesto di espellere fuori dai confini siriani i membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e a lavorare insieme a Damasco per il ritorno degli sfollati da Afrin e Sheikh Maqsud. A meno di 24 ore dall’annuncio, le Fds hanno segnalato presunte violazioni del cessate il fuoco da parte delle fazioni affiliate al governo di Damasco, che avrebbero attaccato Ain Issa, Al Shaddadi e Raqqa, in particolare nella prigione di Al Aqtan, dove sono detenuti ex membri dell’ Is (Stato islamico), “il che rappresenta uno sviluppo estremamente pericoloso”. Secondo le Fds, “il livello di minaccia sta aumentando in modo significativo, a causa dei tentativi da parte di queste fazioni di raggiungere la prigione e prenderne il controllo”. Tali azioni, prosegue il comunicato, “potrebbero avere gravi ripercussioni sulla sicurezza, minacciando la stabilità e aprendo la strada a un ritorno del caos e del terrorismo”. Le forze curde hanno affermato di ritenere “le parti aggressori pienamente responsabili di qualsiasi conseguenza catastrofica che potrebbe derivare dal proseguimento di questi attacchi”. In un secondo momento, le Fds hanno denunciato attacchi nei pressi del carcere Shaddadi, nella provincia di Hasakah, anch’esso noto per ospitare ex miliziani dell’Is. Altre fonti hanno segnalato combattimenti tra le Fds e le forze governative nei pressi della diga di Tishrin, che già in passato era stata teatro di scontri tra le due parti.
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