Usa, l’esperta Bedekovics: Il 'gerrymandering' potrebbe nuocere ai repubblicani nel 2026
Le elezioni di metà mandato del 2026 negli Stati Uniti si preannunciano come uno snodo cruciale per la presidenza di Donald Trump. Alla Camera dei rappresentanti, il Partito repubblicano dispone di una maggioranza estremamente fragile: appena 220 seggi contro i 213 del Partito democratico. Quest’ultimo potrebbe dunque ribaltare gli equilibri di potere alla camera bassa del Congresso conquistando appena quattro seggi in più rispetto a oggi. Trump sa anche che il partito del presidente è storicamente sfavorito alle elezioni di medio termine. Per questo, sta spingendo i repubblicani a puntare sul “gerrymandering”, ovvero la pratica dei legislatori statali di “manipolare il modo in cui sono disegnati i collegi elettorali per dare a se stessi e al proprio partito maggiori probabilità di mantenere il potere”. Lo spiega ad “Agenzia Nova” Greta Bedekovics, direttrice associata del think tank con sede a Washington Center for American Progress (Cap). La questione è sempre più centrale nel dibattito pubblico nazionale, con entrambi i partiti impegnati a utilizzare il “gerrymandering” per massimizzare le proprie possibilità di vittoria nel novembre prossimo. L’amministrazione Trump continua a fare pressione sugli Stati a controllo repubblicano che non hanno ancora avviato il processo, ma a dicembre ha subito un rovescio con la bocciatura della nuova mappa elettorale dell’Indiana da parte del Congresso statale, che pure è dominato dai repubblicani. Secondo Bedekovics, “se la guardiamo da una prospettiva puramente numerica, i repubblicani hanno la possibilità di ridisegnare i collegi in molti più Stati rispetto ai democratici (…), abbastanza da mantenere il controllo della Camera”. Bedekovics sottolinea però che, come dimostrano le elezioni che si sono appena svolte, incluse quelle per i governatori in Virginia e nel New Jersey, “i candidati democratici stanno vincendo con margini molto ampi anche in aree tradizionalmente repubblicane”. Le motivazioni dietro queste vittorie democratiche sono numerose e legate a vari fattori, tra cui una “divisione evidente” all’interno del Partito repubblicano, aggiunge la ricercatrice del Cap. “Trump è molto abile nel punire chi non si allinea. I repubblicani più moderati che votano secondo coscienza rischiano di essere sfidati alle primarie ed estromessi”, sottolinea, a vantaggio di candidati più estremisti che hanno tuttavia meno chance di vittoria contro i democratici. Questa spaccatura interna, insieme all’aumento del costo della vita e alle decine di migliaia di licenziamenti tra agenzie federali e aziende private, fa sì che i sondaggi prevedano una vittoria democratica nel novembre del 2026, che consegnerebbe di fatto la Camera all’opposizione. Per Bedekovics, tuttavia, affidarsi al “gerrymandering” potrebbe essere un errore per il Partito repubblicano: “Cercando di ottenere più collegi, si finisce anche per indebolirne altri. I repubblicani rendono alcuni distretti più ‘rossi’, ma così facendo ne rendono altri più contendibili. Questo potrebbe portare al ribaltamento di un numero ancora maggiore di seggi” a favore del Partito democratico. Secondo l’esperta, i democratici hanno dunque una reale possibilità di conquistare la maggioranza, e Trump teme sempre più di trovarsi davanti a un Congresso in grado di fare da vero contrappeso al suo potere. È per questo, afferma, che ha “ordinato” al governatore del Texas Greg Abbott di ridisegnare altri cinque seggi. “Sta cercando di garantirsi che il suo potere non venga contrastato” dal Congresso. I democratici, dall’altra parte, non possono permettersi di restare immobili, aggiunge Bedekovics. “Lo abbiamo visto con il governatore (della California, Gavin) Newsom, che si è mosso per neutralizzare direttamente la mossa del Texas. Queste elezioni di metà mandato saranno estremamente importanti e credo che vedremo molti colpi di scena”. Texas, Kansas e Florida sono gli Stati repubblicani che stanno già puntando a una ridistribuzione dei collegi; sul fronte opposto, i democratici si muovono a partire dalla California, ma anche Maryland, Illinois e New York starebbero discutendo su come muoversi, aggiunge la ricercatrice. In questo contesto non va dimenticato il ruolo della Corte suprema, chiamata a pronunciarsi sul caso Luisiana contro Callais, una sentenza che secondo Bedekovics “potrebbe aprire le porte a una ridistribuzione dei collegi ancora più ampia, soprattutto negli Stati repubblicani”. I giudici, in particolare, riesamineranno una disposizione chiave del Voting rights act del 1965. Negli anni, ricorda Bedekovics, la Corte ha progressivamente smantellato questa legge: “Lo abbiamo visto con l’eliminazione della Sezione 5 e con la decisione che impedisce ai tribunali federali di intervenire sui gerrymandering di natura partitica”. “Ora la Corte si trova in una posizione tale da poter, con una sola sentenza, consegnare di fatto le elezioni al presidente”, aggiunge. Qualora i sondaggi dovessero rivelarsi corretti e lo sforzo repubblicano sul “gerrymandering” fallisse, Bedekovics non prevede una “stagione di impeachment” a partire dal 2027, ma piuttosto un Partito democratico orientato a “esercitare una funzione di controllo reale, soprattutto su politiche che colpiscono milioni di statunitensi, come il welfare, l’istruzione e l’assistenza alimentare”.
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