A Brussels City, le prescrizioni museali non si toccano (di Valeria Camia)
Cinque anni dopo il suo lancio, il progetto delle prescrizioni museali a Bruxelles conferma la forza di un’idea semplice ma rivoluzionaria: collegare salute mentale e cultura senza complicazioni burocratiche, rispettando la privacy dei pazienti e valorizzando i musei come spazi di libertà e cittadinanza. Delphine Houba, assessora con deleghe su Casa, Uguaglianza delle possibilità, Turismo e Grandi Eventi per la Città di Brussels, racconta come l’iniziativa, nata da un’esperienza internazionale e adattata alla realtà locale, sia cresciuta passo dopo passo, superando reticenze iniziali e limiti pratici.
Delphine Houba, l’idea di “musei su prescrizione” non nasce a Bruxelles. Come arriva fin qui?
Ho scoperto il progetto leggendo Le Monde. Parlava di quello che stava succedendo in Québec, a Montréal, dove medici e il Museo delle Belle Arti avevano iniziato a collaborare in modo strutturato. Non era raccontata come un’esperienza marginale o folkloristica, ma come una pratica che stava entrando nel dibattito sulla salute pubblica. Io ho studiato relazioni internazionali e per me c’è sempre questa tensione feconda tra locale e globale. Bruxelles è una città-mondo, la seconda più cosmopolita dopo Dubai, un luogo attraversato ogni giorno da persone, istituzioni e culture diverse, ma sarebbe un errore pensare che tutto sia già qui e che non serva guardare altrove. Al contrario: bisogna aprire le finestre. Così, nel 2019, sono andata a Montréal e ho incontrato le persone che avevano lanciato il progetto con i medici e il museo coinvolto. Sono tornata a Bruxelles con l’idea di fare qualcosa di simile al modello canadese nella mia città, ma consapevole che non aveva alcun senso fare un semplice copia-incolla. Montréal non è Bruxelles. I musei non funzionano allo stesso modo, il sistema sanitario è diverso, il rapporto tra cultura e medicina ha altre logiche. Il lavoro vero non era importare un’idea, ma tradurla.
Da dove si è deciso di cominciare concretamente?
Prima di diventare assessora alla cultura ero presidente del Brugmann, il più grande ospedale pubblico di Bruxelles. Lì ho parlato con il dipartimento di psichiatria, che da più di quarant’anni lavora sul rapporto tra arte, cultura e benessere mentale, e con la responsabile della clinica psichiatrica, la dr.ssa Catherine Hanak. Ho proposto di partire da quel centro ospedaliero, non perché fosse “più facile”, ma perché esisteva già un’attenzione, costruita nel tempo, sul legame tra arte e benessere mentale. L’obiettivo iniziale era limitato: ci si è rivolti a persone che soffrivano di stress, burnout, disturbi d’ansia o depressione lieve, senza voler medicalizzare la cultura né trasformare il museo in uno spazio terapeutico in senso clinico. Inoltre, era fondamentale evitare qualsiasi forma di stigma. Il progetto che immaginavo e che stavamo costruendo doveva essere un vero sostegno: il museo come spazio di libertà, non come etichetta o marchio per i pazienti. Per questo abbiamo scelto di
avviare il progetto su una scala ridotta, controllabile, che permettesse di capire come si sarebbero sentiti i pazienti, ma anche il personale museale. E subito sono emerse le grandi questioni: la riservatezza, il segreto medico, la privacy, ma anche il ruolo stesso dei musei: cosa significa accogliere persone vulnerabili senza saperlo?
I medici hanno accettato subito l’idea?
Ci sono state molte discussioni, anche animate. Il progetto mette in relazione tre attori: i pazienti, che sono al centro; i medici; e i musei. Ma far dialogare sanità e cultura non è affatto naturale. Sono due mondi che non condividono lo stesso vocabolario, né la stessa idea di efficacia. Per un medico, l’efficacia è misurabile; per un museo, è spesso qualitativa, soggettiva. Perfino il nome è stato oggetto di discussione. Io volevo chiamarlo, da subito, “Museum on Prescription”, ma alcuni medici dicevano: “Non è una prescrizione medica”. E io rispondevo: perché una prescrizione deve essere solo farmacologica? Una prescrizione è anche un atto di fiducia, un orientamento. In francese diciamo prescription médicale, quindi significa che la prescrizione può essere anche altro. Alla fine abbiamo mantenuto quel termine, ma ogni passaggio ha richiesto tempo, ascolto e una vera mediazione tra mondi professionali diversi.
La privacy è stata uno dei nodi più delicati. Come l’avete affrontata?
Era una linea rossa. La segretezza medica non poteva essere in alcun modo compromessa. Nessun paziente doveva sentirsi riconoscibile o esposto entrando in un museo. Nessuna etichetta, nessun segno distintivo, nessun percorso separato. Si entra come chiunque altro, si presenta un foglio (la prescrizione), si riceve un biglietto. Punto. Nessun museo sa chi entra perché mandato da un medico e nessun medico sa cosa la persona farà una volta dentro. Questo aspetto era ed è tuttora non negoziabile. La normalità è parte della cura.
All’inizio il progetto coinvolgeva solo cinque musei. Perché questa scelta?
Per una ragione molto concreta e amministrativa. A Bruxelles i musei dipendono da livelli diversi: federale, regionale, comunale, pubblico e privato. È un sistema complesso, a volte persino paralizzante. Io ho scelto di partire dai cinque musei sotto la responsabilità diretta della città, perché era l’unico modo per non bloccare tutto in interminabili negoziati istituzionali. È stata una scelta pragmatica, non ideologica.
Poi arriva il Covid. Cosa succede al progetto?
Nel 2020 tutto si ferma. Gli ospedali erano sotto una pressione estrema, i musei chiusi o con accessi contingentati. L’idea stessa di portare persone fragili in spazi pubblici era diventata impossibile. Ma il progetto non è stato abbandonato. Anzi, quello stop forzato ci ha permesso di riflettere meglio. Cultura e sanità sono stati due settori messi duramente sotto strain dal post-Covid, sia in termini di risorse sia di riconoscimento politico. Quando abbiamo deciso di lanciare il progetto pilota nel 2022, per sei mesi, il contesto era cambiato: la salute mentale era diventata una questione centrale nel dibattito pubblico. Molti chiedevano nuovi studi scientifici per validare l’iniziativa. Sì, ma non era quello il nostro obiettivo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già pubblicato nel 2019 un rapporto basato su oltre 900 studi che dimostravano l’impatto positivo delle arti sulla salute mentale e fisica. Continuare a chiedere nuove prove avrebbe significato rimandare l’azione. La scienza ha già fatto il suo lavoro; ora tocca alla politica rendere le cose possibili. Il mio obiettivo non era produrre nuovi dati, ma rendere il progetto semplice, accessibile e operativo, alla luce dei comprovati benefici dell’arte per la salute mentale.
Per questo non avete introdotto la figura del link worker, presente in altri paesi, come il Regno Unito o il Portogallo?
Esattamente. In altri contesti funziona, ma qui avrebbe complicato tutto. La chiave del progetto è la semplicità. I medici sono già sommersi dalla burocrazia. Se avessimo aggiunto un intermediario, il rischio era perdere adesione. Una brochure chiara, contatti diretti, una prescrizione semplicissima: nome del paziente, museo scelto, timbro del medico.
All’inizio c’era un limite di cinque visite. Ora non più.
Sì, inizialmente un medico poteva prescrivere fino a cinque visite alla stessa persona. Era una precauzione. Poi ci siamo chiesti: perché mettere un limite, se il costo è minimo e il beneficio potenzialmente enorme? Oggi non c’è più un tetto massimo. La prescrizione è una alla volta e può essere rinnovata.
Chi può accedere al progetto?
I pazienti seguiti da ospedali o centri medici situati nella città di Bruxelles. Non importa dove le persone vivono. Il progetto non è legato alla residenza, ma al luogo di cura. È una scelta politica precisa: la città come spazio di accoglienza, oltre il confine amministrativo.
Oggi a che punto siete?
Ormai il progetto coinvolge 18 istituzioni sanitarie e 14 musei, sia pubblici sia privati. È cresciuto ma continua a non essere un progetto di massa e dai grandi numeri, e non vuole esserlo. Io sono convinta che in questo caso i risultati non si misurino solo in numeri, ma anche, soprattutto, nelle storie: persone che non erano mai entrate in un museo, pazienti che chiamano un amico per chiedere consiglio su cosa indossare, medici che scoprono un altro modo di parlare con chi hanno davanti. In questo senso, prescrivere un museo non è un gesto simbolico. È restituire alle
persone un ruolo attivo, una possibilità di scelta, una forma di cittadinanza. E in una società che tende a ridurre la fragilità a un problema individuale, questo è già un atto profondamente politico.
Valeria Camia
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