Il rinnovato impegno della Danimarca per la sicurezza della Groenlandia
L’Artico è un teatro centrale della competizione strategica tra Stati Uniti, Russia e, in prospettiva, Cina. Per questo motivo, prima ancora che il presidente degli Stati Uniti tornasse a esternare le sue intenzioni di acquisire il controllo della Groenlandia, il governo della Danimarca ha deciso di investire oltre 4 miliardi di dollari per garantire un adeguato dispositivo di difesa intorno alla più grande isola al Mondo. Con il “Second Agreement on the Arctic and North Atlantic”, inserito nel Patto di difesa 2024-2033, Copenaghen ha deciso di investire 27,4 miliardi di corone danesi (circa 4,3 miliardi di dollari) in nuove capacità terrestri, navali e aeree dedicate all’Artico e al Nord Atlantico, in stretta collaborazione con il governo groenlandese e quello delle isole Far Oer. La constatazione del governo danese sulla centralità dell’Artico nello scenario internazionale è determinata anche dallo scioglimento dei ghiacci, che apre nuove rotte tra Atlantico e Pacifico e rende più accessibili le risorse minerarie e energetiche della Groenlandia. Al tempo stesso, la posizione dell’isola al margine del “Giuk gap” – il corridoio marittimo-aereo tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito – è cruciale per monitorare i sottomarini russi e, un domani, anche cinesi che entrano nell’Atlantico. È in questo contesto che la Danimarca sta ampliando la propria presenza militare mentre le richieste di maggior protezione provenienti da Nuuk, capitale della Groenlandia, si moltiplicano. Il fulcro del dispositivo a terra è il Comando congiunto artico (Jac), che coordina le attività militari danesi in Groenlandia e nelle Far Oer. Il nuovo accordo prevede un quartier generale completamente rinnovato a Nuuk, con infrastrutture e sicurezza adeguate a gestire operazioni più complesse, ospitare rinforzi alleati e fungere da piattaforma di coordinamento con le autorità civili locali. Accanto al nuovo quartier generale verrà costituita una unità militare aggiuntiva dipendente dal Jac, con compiti logistici e di sostegno alle esercitazioni e all’addestramento di base artico: in relazione a questa nuova unità si valuta anche la creazione di un reparto di “Greenlandic Rangers”, una versione rafforzata della già esistente Sirius Patrol, l’unità d’élite delle Forze armate danesi che pattuglia a piedi e con cani da slitta le vaste e remote aree della Groenlandia. Una decisione sul modello organizzativo di questa nuova unità di ranger, concepiti come forza leggera radicata nelle comunità locali, è prevista entro il 2026. Sul piano operativo, il dispositivo si arricchisce con una unità specializzata artica sotto il Comando delle Forze speciali, con capacità di “prima risposta” in caso di incidenti o crisi nell’Artico e nel Nord Atlantico. Questa unità andrà a integrarsi con la storica pattuglia speciale Sirius, che sorveglia da decenni il Parco nazionale della Groenlandia nord-orientale. In aggiunta, l’addestramento artico di base verrà potenziato con un corpo specializzato nell’utilizzo di droni, per dare al personale dispiegato competenze di pilotaggio da impiegare nella ricerca e soccorso, nelle emergenze ambientali e nel supporto alle operazioni di polizia. Il secondo pilastro del dispositivo è quello marittimo. Con il “Second Agreement on the Arctic and North Atlantic”, la Marina danese arriverà a disporre di cinque nuove unità artiche con capacità rompighiaccio, tutte della stessa classe per ridurre i costi di manutenzione e aumentare la flessibilità d’impiego. Queste navi sostituiranno progressivamente le attuali unità di pattugliamento polare, e saranno in grado di imbarcare elicotteri, droni e moduli di missione diversi, adattandosi tanto al pattugliamento quanto a svolgere assistenza alle attività della Nato. A sostegno della flotta è prevista anche l’acquisizione di una capacità addizionale di rompighiaccio per assicurare il transito in acque fortemente congelate. Dal punto di vista logistico, un nuovo molo militare nel porto di Nuuk garantirà ormeggio dedicato alle unità danesi e alle navi alleate, alleggerendo la pressione su un porto sempre più affollato da pescherecci e navi da crociera. Questa struttura andrà anche a beneficio della società civile, quando le navi militari non saranno in porto. La dimensione sottomarina si concentra su due strumenti chiave. Il primo è la posa di un nuovo cavo sottomarino Nord Atlantico che collegherà direttamente Danimarca e Groenlandia – e potenzialmente, in una fase successiva, anche le Far Oer – migliorando la resilienza delle telecomunicazioni militari e civili e riducendo la vulnerabilità a sabotaggi o blackout. Il secondo è lo sviluppo di capacità per monitorare e individuare minacce contro le infrastrutture subacquee critiche – cavi e oleodotti – in profondità, in linea con le crescenti preoccupazioni della Nato per le attività russe di “mappatura” dei fondali. Il terzo elemento del dispositivo è il controllo dello spazio aereo e dell’ambiente informativo. L’accordo prevede l’installazione di un nuovo radar di sorveglianza aerea nella Groenlandia orientale, che, insieme alle capacità satellitari e ai droni a lungo raggio già acquisiti con il primo pacchetto artico, contribuirà a chiudere le lacune di copertura nell’area del “Giuk gap”. Sul fronte dei sistemi senza pilota, la Danimarca sta finanziando l’acquisizione di nuovi droni di dimensioni minori, che verranno basati in Groenlandia, utilizzabili tanto per compiti militari quanto per attività di sostegno alle autorità civili: immagini ad alta risoluzione per missioni di ricerca e soccorso, incidenti ambientali, operazioni di polizia. La novità più visibile, anche in termini simbolici, riguarda però gli aerei da combattimento. Il governo danese ha stanziato fondi per ammodernare strutture, pista e hangar dell’aeroporto di Kangerlussuaq, sulla costa occidentale, con l’obiettivo di renderlo idoneo ad accogliere su base regolare o permanente i caccia F-35A Lightning II della Royal Danish Air Force. Si tratterebbe del più importante salto di qualità nelle infrastrutture di difesa groenlandesi da decenni: un dispositivo di F-35 schierato a Kangerlussuaq consentirebbe a Copenaghen di controllare con maggiore continuità il traffico aereo e navale sull’Atlantico settentrionale e di reagire più rapidamente a eventuali crisi nell’area. L’iniziativa si inserisce in un programma più ampio che porta a 43 il totale degli F-35 danesi, sostenuto dall’adozione di una capacità di rifornimento in volo per operare più a lungo in Artico e Nord Atlantico. Nonostante la centralità della Groenlandia per la sicurezza transatlantica, buona parte di questo rafforzamento rimane finanziata e gestita in prima battuta dalla Danimarca. Secondo l’ammontare reso noto da Copenaghen e confermato dai media internazionali, gli oltre 4 miliardi di dollari stanziati per garantire la difesa artica provengono dal bilancio di difesa danese e dai fondi straordinari post-Ucraina, non da un programma specifico della Nato. Come riferisce il portale “Airforce Technology”, a fronte di questo sforzo nazionale, i contributi alleati restino finora limitati: piccoli distaccamenti francesi e tedeschi sono stati inviati per esercitazioni e attività di addestramento, mentre le grandi manovre come le Arctic Light e le esercitazioni della Nato nel Grande Nord servono soprattutto a testare la prontezza delle forze alleate in condizioni estreme, più che a costituire una presenza permanente. Dal punto di vista danese, l’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato dimostrare all’Alleanza atlantica la capacità del Regno di assumere un ruolo guida nella sorveglianza dell’Artico; dall’altro rafforzare, anche agli occhi di Washington, la legittimità della sovranità danese su Groenlandia in un momento in cui tornano periodicamente le discussioni – e le provocazioni politiche – su un possibile passaggio dell’isola sotto il controllo statunitense. Il governo groenlandese, che dispone di ampie competenze interne ma delega a Copenaghen la politica estera e di difesa, insiste perché la sicurezza dell’isola sia gestita in un quadro pienamente multilaterale, sotto l’ombrello della Nato, respingendo qualsiasi ipotesi di accordi bilaterali che possano tradursi in un controllo diretto di Stati Uniti o di altri alleati. Non a caso, il “Second Agreement” è stato negoziato “in stretta collaborazione” con il governo di Nuuk e quello delle Far Oer, e include anche misure di ricerca, formazione in ambito civile – dall’estensione del sistema di allerta S!renen alla formazione di personale locale – pensate per rendere la presenza militare più accettabile sul piano politico interno. L’attuazione concreta del pacchetto si estenderà per l’intero periodo 2024-2033. Le priorità a breve termine riguardano la progettazione delle nuove navi artiche; la definizione della capacità di pattugliamento marittimo, probabilmente in cooperazione con un alleato Nato già dotato di velivoli antisommergibile; l’avvio dei lavori a Kangerlussuaq; e la costruzione del nuovo quartier generale di Nuuk. Sullo sfondo restano sfide strutturali: il reclutamento e la permanenza di personale disposto a vivere e operare in condizioni climatiche estreme, i costi di mantenimento delle infrastrutture e la necessità di coordinare, senza frizioni, le esigenze militari con quelle delle comunità locali e dell’ambiente artico. Nel complesso, il dispositivo che la Danimarca sta tessendo in Groenlandia è un sistema “a strati”: comando e forze speciali sul territorio, navi rompighiaccio e un cavo sottomarino in mare, radar, droni e F-35 nei cieli dell’Artico. È pensato per un’epoca in cui questa regione non è più una periferia remota, ma il nuovo fronte avanzato della sicurezza europea e transatlantica – e in cui, almeno per ora, spetta soprattutto a Copenaghen e Nuuk evitare che la frontiera dei ghiacci diventi la falla strategica dell’intero sistema della Nato.
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