Istat, 100 anni di dati. Il lungo cammino dell'istruzione
"Nel 1861, al momento dell'Unità d'Italia, tre persone su quattro di almeno 6 anni non avrebbero potuto capire questo testo perché non sapevano leggere. Oggi gli analfabeti sono meno dello 0,5%, ma per eradicare l'analfabetismo c'è voluto più di un secolo". Inizia così la prima delle 16 'Storie di dati' che l'Istat diffonderà nel corso dei prossimi sei mesi come parte delle iniziative per i 100 anni dalla fondazione dell'istituto. Con una conferenza stampa dedicata all'evento, il presidente Istat Francesco Maria Chelli ha dato l'avvio all'anno del Centenario illustrando le numerose attività programmate dall'Istituto per le celebrazioni, che si apriranno ufficialmente il 21 maggio con la presentazione del Rapporto annuale 2026 nell'Aula dei Gruppi Parlamentari, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nei primi decenni post-unitari - illustra il dossier Istat - l'analfabetismo in Italia era più diffuso che negli altri maggiori paesi europei: nel 1871, la quota di analfabeti (il 68,8%) era analoga alla Spagna ma molto maggiore rispetto alla Francia (41%), al Regno Unito (circa un quarto degli adulti), e ai paesi della Confederazione germanica e dell'Impero austriaco (tra il 15 e il 20%), dove l'istruzione pubblica era stata introdotta già a cavallo del 1770. Sottostanti il dato aggregato, vi erano forti differenze territoriali nell'accesso all'istruzione: considerando gli adolescenti tra i 12 e i 19 anni, in Piemonte gli analfabeti erano il 23,3%, in discesa dal 39,7% del 1861, mentre in tutte le regioni del Mezzogiorno a eccezione della Campania l'incidenza rimaneva superiore all'80%. A queste differenze si accompagnava una rilevante disparità di genere: nell'insieme del Regno sapeva leggere e scrivere circa il 40% degli uomini adulti, ma meno di un quarto delle donne.
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