La Libia punta a nuovi riconoscimenti Unesco per il suo patrimonio culturale
La Libia punta ad ampliare la propria presenza nelle liste dell’Unesco, candidando nuovi elementi del patrimonio culturale immateriale e rafforzando allo stesso tempo la tutela di siti archeologici, tradizioni e attività artigianali. Il tema è stato al centro di un incontro a Tripoli tra il ministro del Turismo e delle Industrie tradizionali, Nasr al Din al Fazzani, e Sanaa Allam, responsabile del settore Cultura dell’Ufficio Unesco per il Maghreb. Secondo quanto riferito dal quotidiano “Libya Observer”, il confronto ha riguardato le procedure necessarie per documentare e presentare nuove candidature, in linea con gli standard dell’organizzazione delle Nazioni Unite. Particolare attenzione è stata dedicata alla catalogazione del patrimonio immateriale libico, dalle conoscenze tradizionali alle pratiche sociali fino ai mestieri e alle produzioni artigianali, con l’obiettivo di preservarne la trasmissione alle nuove generazioni. Le parti hanno inoltre esaminato i criteri del programma Unesco per le città creative, come possibile strumento per valorizzare il potenziale culturale ed economico dei centri urbani libici. La Libia ha ratificato soltanto nel novembre 2023 la Convenzione Unesco del 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Il primo elemento al quale partecipa nelle liste rappresentative è il “kohl arabo”, la tradizionale preparazione e pratica legata al cosmetico per gli occhi, iscritta nel 2025 attraverso una candidatura multinazionale insieme ad altri otto Paesi arabi. Molto più consolidata è invece la presenza libica nella lista del Patrimonio mondiale. Il Paese conta cinque siti riconosciuti dall’Unesco: le aree archeologiche di Cirene, Leptis Magna e Sabratha, tutte iscritte nel 1982; i siti di arte rupestre del Tadrart Acacus, nel Sahara sud-occidentale, riconosciuti nel 1985; e la città vecchia di Ghadames, iscritta nel 1986. Quattro di questi – Cirene, Leptis Magna, Sabratha e Tadrart Acacus – rimangono nella lista del patrimonio mondiale in pericolo a causa delle conseguenze di anni di instabilità, conflitti, degrado e insufficienza delle risorse destinate alla conservazione. Ghadames ne è invece uscita nel 2025, dopo i progressi compiuti nelle misure di tutela richieste dall’Unesco. In questo settore l’Italia svolge da decenni un ruolo particolarmente rilevante. Le missioni archeologiche italiane hanno lavorato in Libia fin dagli anni Venti del Novecento e hanno contribuito agli scavi, allo studio e al restauro di alcuni dei monumenti più importanti del Paese, in particolare a Leptis Magna, Sabratha e Cirene. A Leptis Magna, per esempio, il lavoro italiano ha interessato nel tempo il Foro vecchio, il Circo, l’arco di Settimio Severo e numerosi altri complessi monumentali, mentre a Sabratha archeologi e restauratori italiani hanno operato sulle tombe dipinte, sul Mausoleo B e su altri edifici dell’antica città. La cooperazione prosegue anche oggi. Dal 2025 l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), insieme all’Istituto centrale per il restauro e al Dipartimento delle Antichità libico, realizza il programma “Heritage”, finanziato dall’Unione europea con 2,2 milioni di euro. Il progetto, previsto fino al 2028, comprende la formazione di tecnici e studenti libici nella conservazione di mosaici, pitture murali e strutture archeologiche e la definizione di una roadmap per la creazione di una scuola di restauro presso Leptis Magna. Alla tutela dei grandi siti archeologici si sta affiancando un altro dossier nel quale l’Italia ha assunto un ruolo di primo piano: il recupero del centro storico di Bengasi, gravemente colpito dai combattimenti tra il 2014 e il 2017 e dalle successive demolizioni. L’area comprende il nucleo arabo-ottomano e il cosiddetto “quartiere italiano”, sviluppato soprattutto negli anni Venti e Trenta del Novecento e caratterizzato da oltre 150 edifici di interesse storico e architettonico, tra cui la Cattedrale di Bengasi, Palazzo Al Manar, il vecchio Municipio e numerosi edifici amministrativi e finanziari. Il percorso di recupero vede coinvolti l’ambasciata e il consolato generale d’Italia, Assorestauro, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), la Camera di commercio italo-libica e un ampio gruppo di società italiane di architettura, ingegneria e restauro. Nell’aprile scorso Assorestauro e Undp hanno firmato un memorandum per strutturare la cooperazione sulla riabilitazione dei siti storici, mentre a settembre una nutrita delegazione italiana ha partecipato a “Benghazi Urban”, iniziativa internazionale dedicata alla progettazione del nuovo centro cittadino. Tra le prospettive allo studio figura anche l’avvio di un percorso di valorizzazione internazionale che possa portare in futuro a una candidatura del centro storico di Bengasi, e in particolare del tessuto urbano comprendente il quartiere italiano, al riconoscimento dell’Unesco. L’ipotesi è stata discussa nell’ambito delle iniziative di recupero sostenute dall’Italia e dall’Undp, anche se Bengasi non figura ancora nella lista indicativa ufficiale dei siti che la Libia intende proporre per l’iscrizione al Patrimonio mondiale.
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