Sandokan, la Tigre della Malesia ruggisce ancora: in mostra il mondo del personaggio di Salgari
La “grande attesa“ che si dice sempre preludere una mostra, per Sandokan. La Tigre ruggisce ancora, dal 7 marzo al 28 giugno all’Orangerie della Reggia di Monza, suona sincera. Saranno esposti reperti provenienti dal Borneo, covo del leggendario principe pirata concepito da Salgari, e patria ancestrale dei Dayak, storicamente “tagliatori di teste“. Ai curatori Loretta Paderni e Francesco Aquilanti chiediamo un’anticipazione. Per la prima volta cosa sarà svelato al pubblico? Loretta Paderni: «La collezione etnografica originale, sì, dei Dayak. Donata al re Umberto I da Sir Charles Brooke, discendente di James Brooke, il cosiddetto Rajah bianco del Sarawak e antagonista storico (realmente esistito) e letterario di Sandokan». Proprio mentre la potente immagine del felino trionfa sul casco della campionessa di sci Federica Brignone. Non faceva paura invece ai tempi del ventunenne scrittore giornalista-padre del personaggio? Paderni: «Il 16 ottobre 1883, il feuilleton La Tigre della Malesia iniziava la pubblicazione a puntate (150) sul quotidiano La Nuova Arena di Verona, preceduta da un’audace strategia di marketing teasing (creazione di suspense) ante litteram: la città tappezzata di manifesti pubblicitari con un’enorme, enigmatica tigre, prima avvistata, quindi in arrivo...» Grande attenzione, e quindi grande popolarità garantita all’eroico anticolonialista Sandokan, per un secolo e mezzo. Tuttora? Aquilanti: «Un mio collega dell’Università, alla domanda chi conoscesse Sandokan, ha ricevuto risposta affermativa solo da tre o quattro studenti, ma si riferivano al capo del Clan dei Casalesi, a Gomorra di Roberto Saviano. Alle generazioni precedenti, invece, sono state familiari le reincarnazioni visive del Sandokan salgariano attraverso cinema e sceneggiati Rai». E dopo quella del ’76 con Kabir Bedi, anche l’ultima serie tv Rai, con Can Yaman – stasera coconduttore a Sanremo – ha avuto ascolti record. Continuiamo il gioco dei rimandi. Un cimelio autentico? Paderni: «Prestata dal Museo Stibbert di Firenze, la splendida sciabola con l’elsa a forma di tigre, appartenuta al Sultano Tipu, o Tigre di Mysore, strenuo avversario islamico degli inglesi. Affascinante, il parallelismo con il romanzo». Aquilanti: «Riportiamo proprio lì, con effetti scenografici e urla e ruggiti, in un viaggio multisensoriale che fa battere il cuore a grandi e piccini. Tra verità e immaginazione, seguendo Salgari». Dotato di prodigiosa fantasia, certo, ma come ricreò mondi esotici reali senza esserci mai stato? Paderni: «Meticolosissima, la sua ricerca. Attraverso libri di geografia, atlanti, riviste di viaggi, racconti di marinai... Esponiamo la sua biblioteca. Fonte chiave è stato il fiorentino Odoardo Beccari: esploratore e naturalista nel Sud-est asiatico, tra 1865 e 1868, ha documentato la vita nel Borneo, e stabilito un importante rapporto con Lady Margaret Brooke, moglie del Rajah Bianco Charles, che appunto donò reperti alla casa reale italiana». Aquilanti: «I costumi originali dello sceneggiato Rai anni Settanta. Fortunosamente ritrovati nell’antica Sartoria d’arte Peruzzi (che ha vestito Cinecittà), scoprendo che li aveva disegnati Nino Novarese, due volte premio Oscar». Spieghiamo: cos’è il ramsinga? Paderni: «Un’antica tromba indiana, strumento cerimoniale o di guerra, che lacera le orecchie. E aggiungo – mi piacciono molto – due kris che rappresentano il mitico Naga, serpeggiante e a riposo: la stessa arma, letale o propiziatoria». Alla fine, perché una penna spezzata? Aquilanti: «Tragica, dopo una vita disgraziata, la morte di Salgari, sfruttato e misconosciuto. Ma ora si prende la rivincita».
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