Camionista suicida per angherie e turni massacranti, due condanne
Tre anni dopo la morte di Renato Fesce arriva una sentenza che segna un passaggio storico nel dibattito sulla sicurezza sul lavoro. Il camionista di 59 anni si tolse la vita lanciandosi dal balcone di casa nel marzo del 2023, dopo un periodo che, secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stato segnato da forti pressioni e da un clima lavorativo divenuto insostenibile. Il Tribunale di Torino ha condannato due responsabili di Af Logistics per omicidio colposo, riconoscendo un collegamento tra le condizioni vissute dal dipendente e il gesto estremo. A ricevere la condanna più alta il preposto del sito di Rivalta, Pasquale Martucci, con un anno e 8 mesi di reclusione senza beneficio della condizionale, mentre al presidente e fondatore, Antonio Ferrari, sono stati dati 8 mesi. Sanzione pecuniaria anche alla società, che dovrà versare 42 mila euro. Le pene risultano superiori alle richieste della pubblica accusa, sostenute dalla pm Rossella Salvati. Durante il processo sono stati ricostruiti gli ultimi mesi di Fesce che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato sottoposto a turni lunghi e stressanti, fino a 14 ore, a cambi improvvisi dei riposi e a una crescente pressione. Nel fascicolo sono state esaminate anche accuse relative a insulti, mortificazioni e a un episodio di aggressione fisica che, secondo la Procura, sarebbe avvenuto davanti ad altri colleghi dopo una richiesta del lavoratore di ridurre i carichi. Il procedimento era nato dopo la denuncia dei familiari, tramite l'avvocata Maria Grazia Pellerino. Nel processo si sono costituiti parte civile anche i sindacati Filt Cgil, Si Cobas e l’associazione Sicurezza e Lavoro, rappresentati dagli avvocati Emanuele D’Amico e Giacomo Mattalia, a cui sono stati riconosciuti degli indennizzi. «È la prima sentenza del genere in Italia», rimarcano i legali, per un caso destinato a fare scuola. «Oggi viene stabilito che il suicidio può essere considerato un infortunio sul lavoro — ha dichiarato Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro —. Fesce è stato vittima di condizioni stressanti che hanno portato al gesto anticonservativo. È stato sancito il principio che l’ambiente di lavoro influisce sulla salute mentale ed è obbligo del datore valutarlo». Secondo Quirico, il valore della sentenza sta nell’aver portato al centro della sicurezza sul lavoro un tema meno visibile rispetto agli incidenti fisici, ovvero i rischi psicologici. «Il giudice ha riconosciuto con chiarezza la catena causale tra la condotta oppressiva del preposto aziendale, il mancato controllo sull’operato dello stesso dei vertici aziendali e l’estrema sofferenza del lavoratore», ha aggiunto l’avvocato Giacomo Mattalia. Riconoscere la condotta persecutoria con pene severe significa affermare che la tutela psicofisica del dipendente non è un optional, ma un dovere normativo ed etico». Sulla stessa linea Giuseppe Santomauro, della Filt Cgil Piemonte: «Nessuna sentenza potrà restituire la vita al collega o cancellare il dolore della sua famiglia. Tuttavia, la decisione di oggi stabilisce un precedente fondamentale: i luoghi di lavoro non possono essere zone franche dove regnano l’arroganza, il mobbing e la prevaricazione».
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