Guerra in Iran e gas, il think tank Bruegel: “L’Europa rischia una nuova crisi dei prezzi, ma non come nel 2022”
L’Unione europea non è sull’orlo di una crisi energetica immediata come quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Ma il rischio, secondo il think tank Bruegel, è più sottile e potenzialmente altrettanto costoso. La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz nel contesto della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran colpisce circa il 20% del GNL globale. Tuttavia, solo una quota limitata, circa l’8%, delle importazioni europee passa da lì. Il problema, quindi, non è tanto la disponibilità immediata di gas, quanto il prezzo. Secondo Bruegel, la vulnerabilità europea è tutta nella dipendenza dalle importazioni. Con una competizione globale più intensa, soprattutto con l’Asia, i prezzi potrebbero salire rapidamente. Un raddoppio del prezzo del gas comporterebbe un aumento della bolletta energetica europea di circa 100 miliardi di euro in un anno. E il margine di manovra è limitato. Dopo aver sostituito il gas russo, l’Ue dipende oggi in larga parte dal GNL statunitense. Ma proprio questo flusso rischia di essere dirottato verso l’Asia, dove la domanda è più forte. L’impatto non sarà uniforme, ma l’Italia si trova tra i Paesi più esposti allo shock dei prezzi. Il sistema elettrico italiano resta fortemente legato al gas, che continua a determinare il prezzo dell’elettricità nella grande maggioranza delle ore. Questo significa che ogni aumento del prezzo del gas si trasferisce quasi automaticamente sulle bollette. A differenza di altri grandi Paesi europei, l’Italia ha meno margini di compensazione nel breve periodo. La produzione rinnovabile è cresciuta, ma non abbastanza da ridurre in modo strutturale il ruolo del gas nel mercato elettrico. Il confronto con la Spagna è emblematico: grazie all’espansione di eolico e solare, Madrid è riuscita a ridurre drasticamente le ore in cui il gas fissa il prezzo dell’elettricità, attenuando così l’impatto degli shock esterni. In Italia, invece, questa dipendenza resta elevata. C’è poi una questione di approvvigionamento. Nel 2025 il Qatar rappresentava circa un terzo delle importazioni italiane di GNL. Anche se a livello europeo il peso è limitato, per Roma eventuali interruzioni o riduzioni dei flussi possono avere effetti più rilevanti, contribuendo a irrigidire ulteriormente il mercato. Sul fronte industriale, l’aumento dei prezzi rischia di colpire in modo diretto i settori energivori, già sotto pressione negli ultimi anni. Per le famiglie, invece, il rischio è quello di una nuova stagione di bollette elevate, con effetti redistributivi significativi. In questo contesto, l’Italia si trova di fronte a un bivio strategico. Continuare a gestire gli shock con misure emergenziali oppure accelerare su rinnovabili ed elettrificazione per ridurre strutturalmente la dipendenza dal gas. Il punto, suggerisce implicitamente Bruegel, è che la seconda opzione non è più solo climatica, ma anche economica. Gli errori da evitare Bruegel è netto anche sugli errori da evitare. Calmieri generalizzati dei prezzi, sussidi indiscriminati o interventi per manipolare il mercato elettrico rischiano di peggiorare la situazione, indebolendo gli incentivi a ridurre i consumi e a investire nelle rinnovabili. Allo stesso modo, riaprire il dossier del gas russo sarebbe, secondo il think tank, un passo indietro strategico, che riporterebbe l’Europa in una posizione di dipendenza geopolitica. La risposta, invece, deve essere duplice. Nel breve periodo, l’Ue deve prepararsi all’inverno. Riempire gli stoccaggi sarà più difficile e costoso rispetto agli anni precedenti. Allo stesso tempo, servono misure per ridurre strutturalmente la domanda di gas, a partire dall’efficienza energetica e dall’elettrificazione. Bruegel suggerisce anche una maggiore coordinazione internazionale tra grandi importatori di GNL, come Giappone e Corea del Sud, per evitare una guerra dei prezzi. Al momento la Commissione europea non ha ancora delineato una strategia precisa su come affrontare una crisi che è già costata miliardi di euro ai Paesi UE. Lo scorso 31 marzo, al termine della riunione informale dei ministri dell’Energia dell’UE, il commissario europeo Dan Jørgensen ha parlato di una “situazione molto seria”, spiegando che nei primi trenta giorni di conflitto l’aumento dei prezzi di gas e petrolio ha già aggiunto “14 miliardi di euro” alla bolletta europea per le importazioni di combustibili fossili. “Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i prezzi nell’Ue sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio”, ha detto, avvertendo che, pur in assenza di “carenze immediate di approvvigionamento di petrolio e gas”, sono emerse forti tensioni in segmenti chiave come diesel e carburante per aerei, oltre a crescenti vincoli sui mercati globali del gas con effetti di ricaduta sull’elettricità. “Questa situazione minaccia di imporre ulteriori costi alle nostre industrie e alle nostre famiglie” e, ha aggiunto, “non saranno di breve durata”. In questo contesto, Jørgensen ha spiegato che Bruxelles sta lavorando a un pacchetto di misure da presentare “molto presto”, con un approccio flessibile e calibrato sull’evoluzione della crisi. Il Commissario UE non ha fornito né una data precisa né chiarito nello specifico quali strumenti verranno adottati, citando misure già evocate dalla presidente Ursula von der Leyen, come interventi sulle tariffe di rete e sulla riduzione della tassazione sull’elettricità. A queste si aggiungono strumenti finanziari pensati per ridurre l’esposizione di famiglie e imprese alla volatilità del gas, come i Power Purchase Agreement (PPA) e i Contracts for Difference (CfD), che la Commissione intende rendere più semplici da utilizzare da parte degli Stati membri e dell’industria. Jørgensen ha inoltre indicato gli aiuti di Stato come un altro canale da rafforzare, osservando che esistono già “buone possibilità” per sostenere i gruppi vulnerabili e i settori industriali sottoposti a “stress straordinario”, ma che l’obiettivo dell’esecutivo europeo è renderle “ancora più semplici e ancora più ampie”. Parallelamente, il commissario ha invitato i governi nazionali a guardare anche al fronte della domanda, richiamando la toolbox dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) e il suo piano in dieci punti, sollevado però timori per un razionamento dei consumi. “Quello che raccomandiamo agli Stati membri è di guardare alla toolbox dell’IEA, al piano in dieci punti, per trovarvi ispirazione”, ha affermato. Tra le misure citate figurano il ricorso al lavoro da casa dove possibile, la riduzione dei limiti di velocità in autostrada di almeno 10 chilometri orari, la promozione del trasporto pubblico, limitazioni alterne all’uso dell’auto privata nelle grandi città, una maggiore condivisione dell’auto e pratiche di guida più efficienti per il trasporto commerciale. Jørgensen ha però precisato che non si tratta di un pacchetto uniforme da imporre a tutti: “Non è qualcosa che possa essere visto come un pacchetto unico valido per tutti”, ma piuttosto “una cassetta degli attrezzi molto valida” da cui ciascun Paese può attingere in base alle proprie esigenze.
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