Il crollo fuori. le macerie dentro: l’11 settembre vissuto da chi viveva già nel disastro

Sep 11, 2026 - 17:46
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Il crollo fuori. le macerie dentro: l’11 settembre vissuto da chi viveva già nel disastro

Scrivo spesso sull’ argomento depressione, lo porto nei teatri e ne parlo con molte persone, argomento che conosco da vicino, che ho combattuto e con cui convivo da decenni; ci sono date che spaccano la vita in due, per il mondo intero, l’11 settembre 2001 è stato l’istante in cui la certezza del cielo si è trasformata in cenere, lasciando un’intera generazione con gli occhi sbarrati di fronte al vuoto; in quel preciso istante, di quel preciso giorno, in quella precisa ora, il mondo si è fermato davanti ad una diretta televisiva, in molti, con una vita che andava a pezzi dentro, hanno visto la storia che andava a pezzi fuori. Per chi conosce la depressione, per chi ne porta le cicatrici o ci combatte ancora oggi, quel senso di sfacelo non è arrivato come uno sconosciuto. La depressione è uno specchio spietato: è un 11 settembre intimo, silenzioso, privo di telecamere. Un cortocircuito invisibile che, senza chiedere il permesso, rade al suolo il presente imparentato con il futuro e ti lascia a respirare la polvere di ciò che eri. Quando quel trauma gigantesco si è inserito nei nostri salotti, per chi viveva già nell’ombra si è spalancato un baratro emotivo atroce e contraddittorio: vedere il mondo crollare ha fatto un effetto strano, quasi spaventoso, per la prima volta, la devastazione fuori ricordava l’inferno che ti portavi dentro. La catastrofe visibile dava finalmente una forma a quel peso che nessuno, attorno a te, riusciva a capire. Allo stesso tempo, si è insinuata la colpa. Mentre l’umanità piangeva e urlava, la depressione ti teneva inchiodato alla poltrona, anestetizzato, incapace persino di provare il dolore “giusto” per quello che stava accadendo: un fantasma bloccato a guardare i vivi disperarsi. L’11 settembre ha mostrato all’intera umanità quanto sia spaventosamente fragile il confine tra la normalità e il baratro. Chi soffre di depressione quel confine lo conosce a memoria, ci cammina sopra ogni mattina, facendo uno sforzo immane anche solo per mettere un piede davanti all’altro. Mettere accanto la grande storia e la propria ferita non serve a fare confronti, ma a rivendicare una verità: che si tratti di torri di cemento o di bastioni dell’anima, crollare fa un male cane e quel cane è color blu notte, ma stare qui a scriverne significa dimostrare che dalla polvere, prima o poi, si riemerge.

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