Israele usa anche l’archeologia per occupare i territori palestinesi

Mag 19, 2026 - 00:46
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Israele usa anche l’archeologia per occupare i territori palestinesi

Il parlamento israeliano ha approvato in prima lettura una contestata legge per la tutela del patrimonio archeologico in Cisgiordania, un territorio che secondo la comunità internazionale appartiene ai palestinesi ma che Israele di fatto controlla e governa. La legge prevede la creazione di una nuova autorità che avrebbe il potere anche di espropriare terreni nelle aree formalmente controllate dall’Autorità palestinese per fare scavi e «sviluppare siti archeologici». La legge fa parte di un più ampio uso del patrimonio storico e archeologico come strumento di controllo territoriale e demografico, che il governo israeliano pratica da tempo soprattutto nella città di Gerusalemme. Scavi archeologici e progetti di parchi portano spesso alla cancellazione della componente palestinese della città, anche con la distruzione di interi isolati. Il primo voto del parlamento (ne serviranno altri due, che di solito si tengono nella stessa giornata) ha approvato l’istituzione di quella che viene definita come “Autorità del patrimonio della Giudea e della Samaria”, nomi che in Israele vengono spesso usati per definire la Cisgiordania, riferendosi alle antiche denominazioni bibliche della regione. Questa nuova autorità avrebbe giurisdizione per preservare il patrimonio archeologico in tutte e tre le aree in cui è divisa la Cisgiordania. Dopo gli Accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania sarebbe dovuta diventare parte di uno stato palestinese. Con gli accordi di Oslo II del 1995 l’area veniva divisa in tre zone, le aree A, B e C: la prima sotto controllo dell’Autorità palestinese, la seconda a controllo misto, la terza (circa il 60 per cento dell’intero territorio) sotto la gestione civile e militare di Israele. La divisione doveva essere temporanea (cinque anni) ma si è invece cristallizzata e nell’area C sono notevolmente aumentate le colonie israeliane, insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. Precedenti formulazioni della legge citavano espressamente anche le aree A e B (oltre alla C) come quelle in cui la nuova autorità poteva operare; il testo attuale è più vago nella formulazione, ma parla comunque di «ogni area». Secondo l’elenco dell’attuale Unità archeologica di amministrazione civile israeliana, in Cisgiordania ci sono 2.600 siti archeologici, che vanno da Sebastia, capitale dell’antico regno d’Israele (del IX-VIII secolo a.C.), alla tomba dei Patriarchi di Hebron e al palazzo del re giudeo-romano Erode del I secolo a.C. Secondo i critici, se approvata la legge di fatto permetterà alle autorità israeliane di occupare nuovi territori in Cisgiordania, cacciando la popolazione palestinese. Non è un timore solo teorico, perché qualcosa di simile accade da anni soprattutto a Gerusalemme. Nel corso dei decenni scavi e siti archeologici sono stati numerosissimi, con il duplice obiettivo di evidenziare le radici ebraiche della città e cancellare le eredità e il presente palestinesi. Negli ultimi due anni questa tendenza ha trovato un’espressione concreta e visibile nella demolizione di 57 case ad al Bustan, nel più ampio quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, non lontano dalle mura della città vecchia. Qui un vecchio progetto di creare un parco turistico a tema biblico, il “Giardino dei re”, è stato rilanciato dopo decenni di stallo, favoriti da pressioni internazionali e dalla resistenza dei palestinesi. Il progetto è gestito da un’associazione di coloni israeliani, Elad, e prevede la distruzione complessiva di 115 case per creare il parco, all’interno di un più ampio progetto archeologico sulla “Città di David”. Il riferimento è al re David, del X secolo a.C., anche se la collocazione geografica dei resti di quella città in quest’area è molto controversa. Le autorità israeliane sostengono che le case in questa zona siano state costruite in modo abusivo e hanno quindi approvato la demolizione d’ufficio. Se attuata dalle autorità, le spese sarebbero a carico dei residenti palestinesi, con costi particolarmente alti. Alcuni residenti hanno raccontato al Guardian che le spese possono arrivare fino a 82mila euro, con migliaia di euro addebitati anche per i pasti degli operai impegnati nella demolizione. Questo fa sì che molti residenti palestinesi siano costretti a distruggere da soli le loro stesse case, così da riuscire a spendere fino a dieci volte di meno. Su 40 abitazioni distrutte in aprile, 17 erano state demolite dagli stessi proprietari. Le demolizioni possono riguardare complessivamente oltre 2.000 palestinesi e tutto il processo ha subito una notevole accelerazione dopo il 7 ottobre 2023, gli attacchi di Hamas e la guerra a Gaza.

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Redazione Giornalista iscritto all’elenco dei “Professionisti” dal 2003. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Liguria dal 1991 come pubblicista fino al 2003 quando ha superato l’esame a Roma per passare ai professionisti. Il primo pezzo, da album dei ricordi, l'ho scritto sul ‘Corriere Mercantile’ (con l’edizione La Gazzetta del Lunedì) nel novembre del 1988. Fondato nel 1824, fu una delle più longeve testate italiane essendo rimasto in attività fino al luglio del 2015. Ha collaborato per 16 anni con l’agenzia Ansa, ma anche con Agi, Adnkronos, è stato corrispondente della Voce della Russia di Radio Mosca, quindi ha lavorato con La Repubblica, La Padania, Il Giornale, Il Secolo XIX, La Prealpina, La Stampa e per diverse emittenti televisive e radiofoniche come Telenord, Canale 7, Tele Cupole, Tele Gallinara, TeleRiviera, Radio Riviera 3, Radio Liguria International, Radio Babboleo, Lattemiele, Onda Ligure e Radio Valle Belbo. E' direttore di Radiocom.tv, la testata giornalistica della radio degli italiani nel mondo.