Vertice Nato ad Ankara il 7 e 8 luglio
Il vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio non sarà soltanto un passaggio sull’evoluzione dell’Alleanza, ma anche una vetrina politica per la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e per la sua ambizione di essere riconosciuta come attore indispensabile della sicurezza euro-atlantica. È la linea che emerge da un’analisi pubblicata da “Anadolu”, l’agenzia di stampa statale turca, nella rubrica “AA Analiz”, a firma di Erman Tatlioglu, ricercatore indipendente specializzato in sicurezza. Il summit viene presentato come un momento di verifica del “ruolo mutevole” della Nato in una fase che alcuni esperti definiscono “Nato 3.0”: non più soltanto difesa collettiva, ma anche industria militare, resilienza, protezione delle infrastrutture critiche, tecnologie senza pilota e nuova ripartizione degli oneri tra gli alleati. Quando “Anadolu” scrive che, dopo il vertice di Ankara, la vera discussione sul futuro dell’Alleanza riguarderà “con quali risorse, con quale capacità industriale e con quale modello di condivisione degli oneri” la Nato potrà sostenere la propria sicurezza, colloca implicitamente la Turchia al centro di questa trasformazione. Ankara non vuole più essere percepita soltanto come il fianco sud-orientale dell’Alleanza, ma come un Paese in grado di offrire capacità militari, industria della difesa, controllo geografico e proiezione regionale. In questa lettura, il vertice diventa l’occasione per presentare la Turchia non come un alleato problematico da gestire, ma come una potenza Nato senza la quale la nuova architettura di sicurezza euro-atlantica risulterebbe incompleta. Il momento è favorevole a Erdogan. “Anadolu” ricorda che la Turchia ospita un vertice Nato per la seconda volta dopo Istanbul 2004. La distanza tra i due appuntamenti è politicamente significativa. Nel 2004 Erdogan era all’inizio del suo ciclo di potere; oggi guida un Paese che ha investito massicciamente nell’industria della difesa, dai droni alle navi, dai missili ai mezzi corazzati, dai sistemi elettronici al programma del caccia Kaan. L’agenzia sottolinea che la Turchia dispone di una delle maggiori capacità militari dell’Alleanza e lascia emergere la critica di Ankara verso l’esclusione da alcune iniziative europee di difesa, presentata come un’inefficienza strutturale per la sicurezza del continente. In altre parole: la Turchia vuole essere riconosciuta come un pilastro operativo e industriale della Nato. Non più soltanto ponte tra Est e Ovest, formula spesso usata in passato per descrivere la posizione turca, ma perno di un sistema di sicurezza più ampio. Il vertice Nato diventa così anche una piattaforma narrativa per il “secolo della Turchia”, la formula con cui Erdogan descrive l’ambizione di trasformare il Paese in una potenza autonoma, industriale e militare, capace di incidere sugli equilibri definiti dagli alleati e dai concorrenti. La dimensione marittima occupa un ruolo centrale. “Anadolu” insiste sulla Convenzione di Montreux, sul controllo turco degli Stretti e sul ruolo svolto da Ankara nel Mar Nero dopo l’invasione russa dell’Ucraina. È un lessico che richiama, pur senza nominarla direttamente, la dottrina della “Patria blu” (“Mavi Vatan”), cioè l’idea di una proiezione strategica turca fondata sulla capacità di controllare e influenzare gli spazi marittimi tra Mar Nero, Egeo e Mediterraneo orientale. Il messaggio implicito è che nessuna architettura di sicurezza euro-atlantica può funzionare senza la Turchia. Lo stesso vale per il fianco sud, spazio geopolitico vitale anche per l’Italia. L’agenzia turca scrive che il vertice di Ankara porterà in primo piano Mar Nero, Mediterraneo orientale, Medio Oriente, sicurezza energetica e migrazione irregolare. Sono tutti dossier nei quali la Turchia rivendica una posizione di vantaggio: geografica, militare, diplomatica o industriale. In questo quadro, l’Alleanza è chiamata non solo a discutere nuove minacce, ma anche a fare i conti con l’autopercezione turca: quella di un Paese che non intende limitarsi a ricevere garanzie di sicurezza, ma vuole contribuire alla definizione delle priorità, delle risorse e degli strumenti della Nato. “Anadolu” presenta questa centralità come una risposta alle nuove esigenze dell’Alleanza, non come una semplice ambizione nazionale. La lettura politica, tuttavia, è più ampia. Erdogan usa la Nato anche per rafforzare la proiezione della Turchia. L’appartenenza all’Alleanza offre accesso, legittimazione, tecnologia e peso negoziale; allo stesso tempo, Ankara continua a costruire una propria sfera di influenza, dal Mar Nero al Golfo, passando per Siria, Libia, Caucaso e Mediterraneo orientale. È qui che emerge il paradosso del rapporto tra Turchia e Nato: Ankara è indispensabile per capacità militare e posizione geografica, ma non sempre allineata alle priorità dei suoi partner occidentali. Il caso dei sistemi missilistici russi S-400, l’esclusione dal programma statunitense F-35, le tensioni con Israele, il rapporto pragmatico con la Russia e l’attivismo turco nel Mediterraneo orientale mostrano i limiti di una lettura puramente celebrativa del ruolo di Ankara. La Turchia vuole stare dentro l’Alleanza, ma senza rinunciare a una politica di potenza autonoma. “Anadolu” non formula questa contraddizione in termini critici, ma la lascia intravedere quando parla del rapporto Turchia-Nato come di un equilibrio segnato da percezioni della minaccia non sempre coincidenti con quelle degli altri alleati. Il vertice di Ankara sarà dunque anche una prova di forza simbolica. La Nato discuterà di spese militari, difesa industriale, Ucraina, infrastrutture critiche, tecnologie senza pilota e resilienza. Erdogan proverà però a usare quel palcoscenico per un messaggio più ambizioso: la Turchia non chiede soltanto di contribuire alla sicurezza dell’Alleanza, ma di essere riconosciuta come uno dei centri della nuova sicurezza regionale. Il nodo, per la Nato, è capire se questa ambizione rafforzerà l’Alleanza o se Ankara cercherà di usare il nuovo equilibrio euro-atlantico per consolidare la sua strategia di potenza sempre più autonoma.
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