Cile-Argentina: con la vittoria di Kast, il sud del mondo si avvicina a Trump
Il sud del mondo sta con Donald Trump. Con la vittoria di José Antonio Kast alle presidenziali in Cile, la punta meridionale dell’America latina sarà nel 2026 guidata da governi che professano sintonia con l’agenda politica della Casa Bianca: il nuovo governo, che si insedierà l’11 marzo, seguirà l’Argentina di Javier Milei nel predicare tagli alla spesa pubblica, mano dura contro la criminalità organizzata, revisione in senso restrittivo delle politiche migratorie e contrasto alla ideologia “woke”. Trump e Milei sono stati i primi a congratularsi con Kast per la vittoria strabordante ottenuta al ballottaggio del 14 dicembre contro la candidata del partito Comunista, Jeanette Jara. E neanche 48 ore dopo la chiusura delle urne, il presidente eletto volava per Buenos Aires per certificare la sintonia personale e politica con l’omologo argentino. Si è parlato di intese strategiche, della necessità di consolidare i rapporti economici, con particolare focus sull’energia, di sintonizzarsi sulle stesse politiche migratorie e di una offerta inedita giunta al vice ministro dell’Economia dell’Argentina, José Luis Daza: entrare nel futuro governo Kast con un ruolo di primo piano, ministro delle Finanze o titolare di un super-ministero che comprende Economia, Miniere ed Energia. Daza, nato a Buenos Aires da padre diplomatico cileno, non ha ancora formalmente accettato ma il suo “capo”, il ministro Luis Caputo, ha fatto capire che il governo Milei accetterebbe la decisione. Non si tratta solo di un segno di sintonia politica, ma di una testimonianza concreta della volontà del leader conservatore di portare a Santiago almeno parte della ricetta economica “Milei”, specie nei capitoli di deregolamentazione, semplificazione delle pratiche burocratiche e attrazione di investimenti. Certo l’Argentina presa in carico da Milei nel 2023 versava in una crisi non paragonabile a quella del Cile, ma Kast eredita una situazione sui conti pubblici che merita attenzione: durante il mandato del presidente uscente, Gabriel Boric, il debito pubblico ha raggiunto il suo livello più alto, collocandosi attorno al 41 per cento del Pil, non lontano dalla temuta quota del 45 per cento. Gli analisti non parlano di una situazione di emergenza, ma avvertono di possibili limitazioni alla libertà di manovra del prossimo governo in tema di politiche fiscali. Il deficit strutturale è rimasto a livelli alti e, come denunciato anche da agenzie di controllo statale, alcune riforme hanno generato spese il cui finanziamento era affidato a entrate sovrastimate. A poco sembrano essere servite alcune strette operate nella retta finale del quadriennio di governo, tanto che i media parlano quasi all’unisono della necessità, da parte di Kast, di migliorare la spesa e consolidare la regola fiscale. Nel redigere l’agenda di governo, Kast dovrà comunque tener conto anche di un dato non trascurabile: il principale partner commerciale del Cile è da anni la Cina. Un rapporto avviato a inizio secolo con le importanti commesse di materie prime cilene, a partire dal rame, che Pechino ha fatto per alimentare una struttura produttiva allora esuberante. “Kast è consapevole che il Cile è un importante alleato degli Stati Uniti”, ha detto al “Financial Times” Patricio Navia, esperto di America Latina presso la New York University. “Ma capisce anche che la Cina è il nostro principale partner commerciale. Quindi saremo al fianco degli Stati Uniti su tutto, ma senza inimicarci la Cina”. D’altro canto, a Buenos Aires Kast offre proprio la possibilità di dare ai prodotti argentini l’accesso privilegiato che il Cile – da membro della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (Apec) – ha ai mercati asiatici. Paesi cugini, protagonisti di una crisi di delimitazione territoriale che grazie alla mediazione condotta nel 1984 da Giovanni Paolo II non si trasformò in guerra, Cile e Argentina condividono una frontiera lunga quanto caratteristica, quasi tutta disegnata sul profilo più alto della catena delle Ande. Ed è proprio in una zona di confine, nella provincia argentina di Nequen, che si trova uno degli assetti economico-industriali più importanti dell’America del Sud, il bacino di shale oil di Vaca Muerta. Un giacimento con enorme potenziale, rimesso in moto dall’ex presidente Alberto Fernandez e ora strategico per l’amministrazione in carica, grazie al quale sembrano potersi svilupparsi nuove intese di cooperazione economica tra i due Paesi. Quello tra Kast e Milei rimane soprattutto un sodalizio di segno politico, in una regione che sembra sempre più orientata a destra. A fine 2026, i governi di sinistra in America latina potrebbero essere davvero un’eccezione, complice la volontà di Washington di rimettere il continente americano al centro della propria strategia di politica estera, così come certificato nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata a inizio dicembre. In Colombia, nessuno sembra credere a un destino diverso del ritorno dei conservatori, dopo il quadriennio di Gustavo Petro, bocciato dai sondaggi soprattutto per alcune sue condotte pubbliche e divenuto negli ultimi mesi sempre più oggetto di attacchi dello stesso Trump. Non meno traballante la situazione in Venezuela, il cui presidente Nicolas Maduro continua ad esercitare il controllo dell’apparato interno, ma con una pressione inedita rappresentata dalla presenza tutt’altro che discreta delle Forze armate Usa nel Mar dei Caraibi. Tolto il Nicaragua e Cuba – la cui tenuta economica e politica sembra sempre più critica -, la sinistra potrà esibire solo altri due governi: quello messicano di Claudia Sheinbaum (il cui mandato scade nel 2030), le cui sorti economiche sono però strettamente dipendenti dal vicino del nord, e quello brasiliano di Luiz Inacio Lula da Silva, pronto a ricandidarsi alle elezioni autunnali. Forte delle politiche su controllo migranti e sulla sicurezza – quest’ultima parola vincente della campagna elettorale, pur in un Paese che esibisce tassi di violenza inferiori a quelli regionali – , Kast lavora alla costruzione di una destra che va anche oltre il continente: ha un solido canale di comunicazione con il primo ministro ungherese Viktor Orban e con il leader del partito conservatore spagnolo Vox, Santiago Abascal. Ma “la maggiore affinità”, rimarca il portavoce di campagna Rodolfo Carter al “The New York Times”, rimane quella con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (incontrata a settembre a Roma), il cui profilo viene speso per descrivere un leader un “alleato di Trump ma capace di mostrare un approccio pragmatico”. “Come la Meloni, anche Kast era un candidato marginale considerato troppo estremista”, scrive la testata Usa. “Come la Meloni, il cui partito è nato dalle ceneri del sanguinoso esperimento fascista italiano, anche Kast ha un rapporto conflittuale con la brutale storia dittatoriale del suo Paese. E come la Meloni, anche lui ha recentemente cercato di minimizzare le sue posizioni più radicali per attirare gli elettori moderati”. Kast, che già altre due volte aveva cercato di conquistare la presidenza, ha di fatto messo in pausa molte delle dichiarazioni più polemiche degli anni passati, su diritti civili, aborto, parità di genere e difesa dell’operato di Augusto Pinochet. “Non ho cambiato le mie convinzioni, ma so distinguere quali siano le urgenze di oggi”, ha precisato in un dibattito elettorale. Il presidente eletto del Cile dovrà essere bravo a smarcarsi dalle critiche sul suo passato e garantire, come il suo entourage sottolinea con attenzione, il suo impegno alle sfide “pratiche” che deve affrontare il Paese. José Antonio è il figlio minore di Michel Kast Schindele e Olga Rist Hagspiel, tedeschi emigrati in Cile negli anni 50. Il padre, come diversi connazionali dell’epoca, era iscritto al partito nazista, mentre uno dei fratelli, Michael, è stato ministro durante la dittatura di Augusto Pinochet e presidente della Banca centrale. Di certo Milei e Kast rompono – da destra – due tabù affermati nell’America del sud sorta dalle ceneri delle dittature di fine secolo scorso: Kast sarà il primo presidente del Cile ad aver votato “sì” – a 22 anni – alla consultazione indetta per decidere se mantenere o meno Pinochet. Milei, che ha lanciato più campagne per contestare numeri e storia delle violazioni compiute dai dittatori, ha da poco nominato un militare alla guida del ministero della Difesa, prima volta in assoluto dal ritorno della democrazia. Entrambi i leader possono comunque contare su un appoggio popolare che al momento sembra rassicurante: Kast ha ottenuto il numero più alto di voti mai avuti in Cile, in una elezione presidenziale democratica, e Milei dopo le elezioni di metà mandato di fine ottobre, è a un passo dal poter controllare il lavoro delle aule parlamentari.
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